Thursday, August 01, 2013

CAHIERS DE FRANCE (14) - LE VEILLEUR ASSIS

Une entrée, un plat, fromage et dessert. Come dire: primo, secondo, formaggio e dolce, solo che qui, da queste parti, il primo non ce l'hanno mai e quindi devono sempre inventarsi un modo per cominciare a mangiare. L'entrée di oggi, ad Arles, é un'improbabile salade tomato et mozza, molto più lontana da una caprese di quanto disti il confine di stato da qui. E infatti neppure Alain ce la fa a mangiarla tutta, lascia il piatto a metà e passa direttamente al riso alla spagnola, una sorta di paella molto più riuscita della portata precedente e che dice tutto di quell’anima che i camarguéns sentono sempre divisa tra la voglia d’essere un po’ spagnoli e un po' francesi. Arrivato ai formaggi, allora sì che un francese potrebbe avere qualcosa da dire di suo, se è vero che Winston Churchill avrebbe salvato questo paese durante la seconda guerra mondiale anche solo per questo. Ma Alain non ce la fa, smette di mangiare e si volta, ha troppa voglia di parlare. “Italiens?”: sì, certo che lo siamo - italiani - lo capite subito anche dall’accento con cui tento ogni volta di parlare il più correttamente possibile la vostra lingua. E non importa se la mia conversazione non riesce a reggere la sua: ad Alain va bene così, che lo si stia anche semplicemente ad ascoltare. “Le cose vanno male qui da noi – ci dice – con il governo Hollande c’è sempre più immoralità e il paese va giù, sempre più giù”, aggiunge, accompagnando le parole con un’eloquente gesto della mano. Alain vive a Bordeaux e fa il commesso viaggiatore. Trent’anni da sottufficiale dell’aeronautica francese, poi, per qualche motivo che non ha voglia di spiegare, ecco arrivare il benservito e via ad inventarsi un nuovo mestiere, con moglie e tre figli grandi da mantenere. “Quando sono riuscito a riprendere il lavoro, il mio salario era più basso del 35%”, ci dice con un sorriso. E racconta di una vita dura: su e giù per il paese, dal lunedì al venerdì, a casa solo per il weekend, ogni giorno un albergo diverso. Lo sguardo, per un attimo si fa triste: non c'è niente da fare, chi viaggia per lavoro non è mai felice. Un senso di libertà e d'indipendenza che non valgono mai il prezzo degli affetti che abitano sulla strada che porta verso casa. “Domattina colazione alle sette e alle otto partenza, via verso Tolone, - aggiunge con una smorfia del viso - il y a toujours le bouchon à Toulon, c’è sempre coda per entrare in città”. “Ah, ma poi vado a prendere mia moglie e ce ne andiamo in vacanza pure noi, verso Gap e la Durance, conoscete la Durance? E' una bellissima regione ed io e mia moglie abbiamo bisogno di calma, lei ha un tumore, la radioterapia, la chemioterapia, vous savez...”. Sì lo sappiamo Alain, lo sappiamo bene. “Che mestiere fate?”, chiede a me ed a mia moglie. Io faccio il medico in ospedale - gli rispondo - e mia moglie l’infermiera, lavora in oncologia. “L’avevo capito…”, aggiunge lui. E come avevi fatto a capirlo, Alain? Noi avevamo provato soltanto ad ascoltarti, col nostro francese sgrammaticato e arrugginito, senza riuscire ad aggiungere parole adeguate, ma solo qualche sorriso abbozzato qua e là, di fronte a tutta la tua vita raccontata in un istante.
Andiamo a prendere il formaggio ed il dessert, adesso sì, forse possiamo pure riprendere a mangiare. Alain si alza, viene a servirsi con noi al buffet. Ripenso a quelle sue parole sull’immoralità del paese, che scivola sempre più giù. Nessuna supponenza, nessuna grandeur, francesi o italiani non fa nessuna differenza se ciò che ti accomuna è il desiderio di verità e bellezza. Quando lo vediamo in piedi, all’improvviso sembra uno di loro: les veilleurs debout che hanno riempito le piazze di Parigi con la loro speranza in un mondo migliore: “Reprends courage, l’espérance est un trésor / meme le plus noir nuage, à toujours se frange d’or”. Alain che, da seduto, ci ha raccontato del suo lavoro, tutti e giorni in auto sulle strade di Francia, dei suoi figli e di sua moglie ammalata di tumore. Alain che, in piedi, ci ha salutato col sorriso. Il sorriso della speranza, che non ha ancora smesso di far battere il suo cuore.

Thursday, June 06, 2013

HARD RAIN

Tre del mattino, é sempre un bell'orario. Potresti essere davanti alla solita macchinetta del caffé, per esempio. O in giro per la città, dopo il concerto a San Siro del Boss, quello che ti sei perso per l'ennesima volta. E invece hai appena finito di compilare una cartella clinica.
Il cuore di Frankie ha finalmente smesso di ballare, una sorta di Twist & Shout, ripasso di tutte le aritmie del pentagramma, dalla fibrillazione ventricolare a quella atriale. Ora il ritmo é quello sinusale e batte regolare come una vecchia ballata folk. Rianimato e ripreso, quel cuore é tornato a fare compagnia ad un'anima, tormentata da anni dalla pioggia e dagli uragani improvvisi di una schizofrenia paranoide che sempre l'accompagna. Lo guardi respirare tranquillo, mentre gli infermieri hanno già altre cose da fare. Rimani lì davanti a lui, da solo. Il tutore non risponde al telefono, l'unico parente ancora in circolazione dice che va bene così, di tenerlo pure in terapia intensiva, che prima o poi, quando avrà tempo passerà a fare un giro pure lui.
Ti domandi il senso del tuo stare lì. Ti chiedi perchè eri lì solo tu. E perché tutto questo é accaduto qui ed ora. Troppe domande, in quella vita da mediano che ti sembra di correre ogni giorno, a centrocampo coi capelli che diventano sempre più grigi a poco a poco.
Poi, lungo la strada che porta verso casa, capisci finalmente che non eri solo ma che lì, in piedi accanto a quel letto d'ospedale c'era il Mistero che fa tutte le cose e che ha sempre e soltanto a cuore il nostro bene. Tu, in fondo, non hai fatto altro che dargli una mano. Mentre il mondo là fuori continua a correre e ad urlare, sotto la pioggia in compagnia di quegli impostori che chiamano successi e fallimenti, ti accorgi d'essere felice.
Una vita da mediano, a fare compagnia al Mistero.
Che non é mica una brutta cosa, giocare al fianco di Messi tutti i giorni.


Saturday, May 11, 2013

DONNA DEL CAMMINO


Una piazza di Milano qualunque, all’imbrunire. Tra le panchine e i vialetti del parchetto, un gruppetto di persone si è dato appuntamento qui. Disposte a cerchio, ognuna di loro si è messa d’istinto lungo i raggi che le piastrelle del pavimento disegnano col loro percorso, a partire dal centro della piazza. Dalla mia posizione, il sole in cui quei raggi sembrano convergere, lo vedo solo in disparte. Il profilo della Madonna di Fatima, una statuetta alta all’incirca cinquanta centimetri, si scorge da dietro e non riesco a coglierne i tratti del viso. Ciò che vedo è solo il lungo manto bianco e sopra di esso il capo della Vergine ricoperto da una corona, un poco chino su alcuni di quei raggi, quasi lo sguardo fosse  attento al cammino che ciascuno di essi percorre, più che al luogo certo a cui é destinato. Quel gruppetto di persone sta recitando il rosario. Un gruppetto di persone qualunque, in una qualunque piazzetta di Milano, la sera di un giorno di maggio. Maggio che ritorna puntuale, ogni anno, così come costante, ogni giorno, è l’amore di una madre che continua a tenere il volto rivolto su quel cammino, la strada di ciascuno lungo ogni istante della sua vita.
Poco più in là, una giovane coppia musulmana osserva, in rispettoso silenzio, mentre i loro bambini giocano sullo scivolo del parco giochi. I loro sguardi sembrano colmare all’improvviso ogni distanza sociale e culturale e mentre prego mi scopro a pensare che è bello che in fondo sia proprio una donna la mediatrice di tutto questo. Abbiamo un Padre, abbiamo Cristo che si è fatto nostro fratello, ma abbiamo anche una Madre a cui è stata affidata l’umanità intera. E l’amore di una madre è quello di cui nessun essere vivente riesce in alcun modo a fare a meno. Forse è per questo che spesso la fede rinasce nei santuari mariani, sulle macerie delle lotte e dell’odio, di ogni peccato e contraddizione. Perché ciò di cui c’è bisogno, per poter ricominciare ad amare, è di uno sguardo d’amore gratuito, senza misura, sentito prima di tutto su di sé. Non puoi portare amore dove non c’è amore, se quello sguardo non l’hai sentito prima sui frantumi del tuo io.
Il rosario volge al termine, il sole è tramontato, la famigliola musulmana s’incammina verso casa. Il gruppetto di persone si saluta e si ritrova, sorride, rinnova la bellezza di un cammino che, tra mille affanni, continua a compiersi insieme. Dopo i saluti, ognuno s’allontana, la direzione della strada verso casa sembra la prosecuzione di ciascuno di quei raggi, disegnati ancora dalle piastrelle del pavimento del parco. E la piazza si svuota, ma rimane piena di uno sguardo. Quello di una Madre, che non smette di accompagnare il nostro cammino. 

Saturday, March 30, 2013

L'ULTIMA CAREZZA

E pensare che ci saremmo potuti anche incontrare. In fondo si lavorava a poche centinaia di metri di distanza. Tu parte del team del reparto di Chirurgia ed io, timido studente dietro al codazzo di primari, aiuti ed assistenti di Clinica Medica. Ma se anche t'avessi incrociato, che cosa mai sarei stato in grado di dirti allora? Che ne sapevo di carezze del Nazareno, che ancora vedevo troppo offuscate, nascoste dietro ai trattati di Patologia Medica? Certo già ti conoscevo bene, per quella vena di poesia che sapeva tramutare in musica ed ironia i drammi incontrati e conosciuti bene lungo la tua strada, ma la mia era ancora troppo lunga da percorrere.
Ma oggi sì, questa sera ti sento davvero più vicino.
Sarà che le ho incrociate tutto il giorno, quelle carezze del Nazareno. Le ho viste distese su barelle di Pronto Soccorso, letti di reparto, o sedute di fianco alla macchinetta del caffé. Le ho viste in fila lungo dodici ore secche, trascorse quasi senza tregua da un ammalato all'altro. Le ho viste - buffo, non trovi? - proprio oggi, Sabato Santo, giorno del mio compleanno passato di guardia in ospedale. Sabato Santo, il giorno della sospensione, il giorno del dolore che attende ancora di trovare la risposta al suo perché. Il giorno del Nazareno crocifisso, che, in fondo, é una gigantesca carezza ad ogni urlo e strazio inconsolato. Ho visto quella carezza in ogni volto che ho incrociato oggi, nessuno escluso. E so che tra poco essa si tramuterà in abbraccio, quello che lascia il sepolcro vuoto e si trasforma in Resurrezione.
Anche il tuo sepolcro, oggi, é vuoto caro Enzo. Anche per te la carezza, l'ultima carezza si é trasformata in abbraccio. La carezza del Nazareno, anticipo di Paradiso già quaggiù.

Tuesday, March 26, 2013

LA MAGNOLIA IN FIORE


Musica e tristezza, che vanno in giro così spesso abbracciate insieme. Corde del cuore vicine tra loro come sorelle, compagne di viaggio di ogni diastole dell’esistenza. Figlie di quella malinconia che è sempre nostalgia d’infinito, desiderio troppo spesso disatteso per colpa della nostra comune fragilità. Ed ora che se ne è andata anche la Magnolia Elettrica, tutto sembra davvero un po’ più brutto di prima.
Jason Molina non c’è più. E con lui se ne sono andate anche la sua tenerezza e il suo sorriso, annegate progressivamente in quell’alcool che ha distrutto la sua vita. Sarà difficile, ora, che Josephine se ne vada pure lei: rimarrà agganciata alla mente, ai mille percorsi autostradali, alla musica come alla preghiera del cuore nei suoi momenti più sinceri. Josephine non era e non poteva essere un disco come gli altri, dedicato alla scomparsa di un amico. Josephine non é non sarà più un disco come gli altri, ora che è aggrappato al ricordo del suo autore.
Possa la Magnolia  riposare adesso finalmente in fiore.
Possa "Oh grace", la prima canzone di quel disco, essere stato l'ultimo istante del suo respiro.
Ciao Jason, ci mancherai parecchio quaggiù.


Tuesday, March 19, 2013

IL SEGRETO DELLA SPERANZA

"Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza" 
(Papa Francesco)

Spegni la televisione ed inizi a meditare quelle parole nel tuo cuore.
Custode di bontà e di tenerezza. Inizi ad esserlo lavando i piatti lasciati in cucina ancora sporchi. E prosegui mentre rifai il letto e passi l'aspirapolvere in casa. Continuerai ad esserlo oggi, quando di guardia, incontrerai come sempre i tuoi ammalati in ospedale. Custode di bontà e di tenerezza con le cose da fare come con ogni prossimo che ti passa accanto.
Quel filo rosso che lega gli avvenimenti più recenti, l'umiltà di papa Benedetto che passa la mano a quella di papa Francesco, é lo stesso che lega gli avvenimenti della tua vita, giorno dopo giorno. E che ti dice che tutto é misericordia di un Altro. Per questo la Chiesa risorge ogni giorno, a differenza di altre vicende umane, prime tra tutte la politica di questo nostro povero paese. Perché si affida sempre a Chi non smette di guardare l'uomo con lo sguardo di un Padre che tutto perdona. Siamo noi che, troppo spesso ci stanchiamo di chiedere perdono: l'ha detto subito questo nuovo Papa che é già entrato nel cuore di tutti. 

Il segreto della speranza é tutto lì. Ed é solo da lì che può ricominciare anche la tua giornata.
Che passa con gioia dal piatto sporco in un lavabo allo sguardo di un ammalato dentro al suo letto d'ospedale. 

Thursday, March 14, 2013

LA CULTURA DELLA FIDUCIA


"E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza."
(Papa Francesco)

Fiducia tra noi. E preghiera. Per Benedetto XVI. L'uno per l'altro. E infine per lui.
In un mondo sempre più chiassoso e irascibile, perennemente a caccia di un colpevole per ogni situazione, ha detto di più quel minuto di silenzio davanti al Papa a capo chino di qualsiasi altra parola: "facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me". 
E' bella la chiesa ed é bella la strada per chi cammina.
Perché é veramente grande questa nostra vita.

Monday, February 25, 2013

THE STREETS OF ROME


Oh, the streets of Rome are filled with rubble /
Ancient footprints are everywhere /
(...) Someday everything is gonna be different /
When I paint my masterpiece
(Bob Dylan)

Quando la finestra su Piazza San Pietro si chiude per l’ultima volta, non puoi fare a meno di pensare che se ne sia andato con la stessa umiltà con cui era arrivato otto anni prima. Un operaio nella vigna del Signore. Ciò che nello spazio di un istante passa per la mente, ti appare già un bel modo per salutare Benedetto XVI dopo il suo ultimo Angelus davanti ad una folla di  duecentomila persone. Ma basta l’amico al tuo fianco per correggere subito il pensiero. Non è andato via - ti suggerisce – semplicemente è presente in altro modo, ed è davvero così. “Il Signore – ha detto il Papa – mi chiama a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione.  Ma questo –aggiunge - non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze”.
Ti domandi perché oggi sei qui. Perché hai preso su la tua famiglia da Milano ed hai superato neve e grandine lungo la strada, portandoti dietro gli amici e trovandone altri, inaspettatamente, una volta arrivato. Non basta l’affezione a una persona, non basta una buona compagnia a giustificare la tua presenza davanti alle parole di un pontefice che riempiono lo spazio di appena un quarto d’ora. E’ necessario che i tuoi pensieri ed il tuo agire diventino esperienza. E quell’esperienza si chiama chiesa. E’ per questo, lo capisci bene solo quando la finestra sulla piazza si è chiusa, che adesso sei qui. Davanti ad un’esperienza di popolo che è quasi un paradosso: Cristo che ha comunicato il divino attraverso l’umano e che, dentro tutta la grandezza e, allo stesso tempo, la fragilità di quel che siamo, continua a comunicarsi anche all’uomo d’oggi.
E’ di questo che hai fatto esperienza ora, in piccoli istanti fatti di gesti, sorrisi, parole scambiate viaggiando o con persone incontrate per la prima volta in questa piazza. Ed è la stessa esperienza che vorrai fare domattina, nel tuo vivere quotidiano, con i figli, sul posto di lavoro, al supermercato mentre fai la spesa, o al seggio mentre riconsegni la scheda elettorale.  
Il resto è ancora sempre e soltanto gratitudine. Gratitudine per chi si é lasciato afferrare da Cristo. Così, mentre ripercorri la strada che porta verso casa pensi che sì, le strade di Roma sono piene di macerie, ma la possibilità di dipingere il proprio capolavoro é già a portata di mano e sta scritta dentro quel forte e lungo abbraccio che anche quest'oggi hai sentito, attorno al Papa e intorno a te. E che porta il nome di chiesa. 

Friday, February 22, 2013

HIGH HOPE

Quando, in una delle numerose chiacchierate, inframmezzate tra una canzone e l'altra, Glen Hansard ha raccontato della sera in cui é andato a sbattere contro un faro in compagnia dei suoi amici ubriachi, la mia mente si é trovata scaraventata all'improvviso su di un lungomare di Bretagna, in cui avevo visto un manipolo di ragazzotti, dal nome impronunciabile di Startijenn, tenere in pugno un pubblico di giovani e anziani, pronti a ballare ed a cantare insieme in nome della buona musica e delle tradizioni. Bretagna come Irlanda, o come la buona vecchia Scozia dei Runrig dei tempi che furono. Gente nata e cresciuta in terre del nord, ma capace di trasmettere il calore di un cuore sincero meglio di uomini del sud.
Glen Hansard, coi suoi Frames prima, con i Swell Season poi e ancora adesso, lungo la sua nuova strada dettata dal ritmo e dal riposo é stato tutto questo, al Limelight di Milano, ma anche molto di più.
Il Limelight, una vecchia discoteca, che posto più brutto per ospitare un concerto così fai fatica ad immaginarlo anche se ti ci metti con tutte le tue forze. E che all'improvviso diventa una spiaggia di Bretagna, un vecchio pub o una strada di Dublino, un salotto di casa dove suonare con gli amici, un palco dove sfoderare così tanta rabbia ed energia che al confronto i gruppi punk della prima ora ti appaiono quasi dilettanti allo sbaraglio.
Che cosa ha fatto Glen Hansard l'altra sera, coi suoi Frames, gli archi, un terzetto di fiati e l'impagabile contributo aggiunto di Lisa Hunnigan, lo si legge meglio nelle recensioni di chi queste cose le sa scrivere per competenza e per mestiere. Basti, tra tutti, l'articolo di Paolo Vites - le canzoni della buona speranza - pubblicato su Il Sussidiario.net a questo link
Io, per parte mia, mi porto a casa la musica totale che sa diventar sincera. La musica, cioé, di chi ti sa parlare, oltre che suonare e cantare. Di chi sa farti passare dal furore per giungere al riposo e alla speranza. Di chi, alla fine, stacca la spina della corrente elettrica, scende da un palco e ti finisce accanto, quella Passing Through di Leonard Cohen suonata in mezzo al pubblico che non é un trucco per fare la migliore uscita di scena che ti sia mai capitato di vedere, ma un solo un modo come un altro per far sentire ad un cuore del nord il calore di tutti gli altri che sono corsi fino a qui da lontano per stringersi accanto al suo. 
Maybe when our hearts have re-aligned, maybe when we've both had some time, I'm gonna see you there. Ti ritroverò laggiù, amico mio, là dove la musica non sarà mai un luogo dove dimenticare ed annegare le proprie tristezze, ma dove trovare l'amico che ti da' di gomito e ti dice: guarda! 
Indicandoti un oltre dove ricominciare a camminare insieme. Dopo ogni passo falso ed ogni caduta. Ogni volta come fosse la prima volta. 


Thursday, February 21, 2013

THANK YOU GLEN

Forse riuscirò anche a scriverne, prima o poi. Di Glen Hansard e dei Frames ieri sera a Milano.
Gli altri artisti, nel frattempo, possono pure andarsene, con buona pace, in pensione.
Thank you, Glen.

 

Thursday, February 14, 2013

UN FORTE E LUNGO ABBRACCIO


"E dice Signore lo vedi / il panorama di Betlemme / 
Questo cielo senza riparo / questo sipario di fiamme"
(Francesco De Gregori) 

Se nei prossimi giorni le capitasse di trovarsi a tu per tu con il Santo Padre, che cosa gli direbbe?”. Georges Coittier, teologo emerito della Casa Pontificia non ha dubbi: “Niente parole - risponde – Soltanto un abbraccio, un grande lungo abbraccio".

Ecco. Forse ciascuno di noi potrebbe rispondere la stessa cosa. Di fronte alla commozione, allo sgomento, al timore del futuro, nessun pensiero e nessuna parola. Solo un forte e largo abbraccio.
Del resto è così che si manifesta la gratitudine. Gratitudine per questo Papa, per ciò che ha saputo dire ad ogni uomo, non solo di fede, ma anche di semplice buona volontà. Il Papa che ha affrontato i temi della modernità, che è sbarcato su Twitter, che ha parlato a partire da un cuore afferrato da Cristo.
Di tutti i personali ricordi che in questi giorni affiorano impetuosi nella mia mente, ce n’è uno, più forte di tutti gli altri. Quello vissuto nella spianata del campo volo di Bresso, lo scorso 3 giugno, durante l’Incontro Mondiale delle famiglie. L’uomo che scende faticosamente dall’auto poggia il proprio passo su un bastone. Non è il bagno di folla a dargli la forza che gli anni sembrano inesorabilmente volergli sottrarre, ma un bastone, un bastone a forma di croce. La Chiesa è di Cristo, ha detto Benedetto XVI alla sua prima udienza all’indomani dell’annuncio-shock delle sue dimissioni. E Cristo, ha aggiunto, non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. L’applauso incessante dei fedeli in sala Nervi, che quasi impedisce al Papa di proseguire il suo discorso, altro non è che quel grande e lungo abbraccio che ciascuno di noi vorrebbe dargli. Soprattutto adesso, che il successore di Pietro ha fatto sue le parole imperiture di Paolo: “Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie  infermità... quando sono debole, è allora che sono forte »  (2 Cor 12, 9-10).
Grazie Santo Padre, per tutto quanto ha saputo darci con il dono della sua vita. Come scrive Marina Corradi, in un editoriale di Avvenire, é il cuore che ci aiuta a capire meglio la sua scelta e dirle con fiducia e speranza un nuovo grazie. Il Signore, come lei ha detto a ciascuno di noi, ci guiderà.

Sunday, January 27, 2013

MEMORIA

 Jaques Strumsa, binario 21, stazione Centrale di Milano, 2004

Ci sono canzoni che ad un primo ascolto ti disturbano, ti sconvolgono, ti fanno venire voglia di metterle da parte, tanto sono scomode. La Nuova Auschwitz di Claudio Chieffo é una di quelle, ed é scomoda perché é troppo facile e conveniente pensare che i malvagi stiano sempre da un'altra parte, quella che non ci appartiene. 
Non é difficile essere come loro, cantava Claudio, ed é un urlo che lacera ogni ipocrisia, ogni presunzione di bontà ed innocenza da parte dell'uomo, che ha sempre bisogno di una sguardo di misericordia e di redenzione su di sé. Cosa sarebbe l'uomo se un Dio non si fosse fatto carne per infilarsi nelle piaghe della sua umanità? "Gesù é il salvatore, il Redentore, e redime quando versa sull'umanità il Divino, attraverso la Ferita dell'Abbandono, che é la pupilla dell'Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto Infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra del mondo attraverso la quale si vede Dio" (1).
Dio é dove Dio non c'è.

Io suonavo il violino ad Auschwitz mentre morivano gli altri ebrei,
io suonavo il violino ad Auschwitz mentre uccidevano i fratelli miei,
mentre uccidevano i fratelli miei, mentre uccidevano i fratelli miei…

Ci dicevano di suonare, suonare forte e non fermarci mai,

per coprire l’urlo della morte, suonare forte e non fermarci mai,
suonare forte e non fermarci mai, suonare forte e non fermarci mai…

Non è possibile essere come loro,

non è possibile essere come loro…

Nel mondo nuovo che ora abbiamo creato

c’è la miseria, c’è l’odio ed il peccato,
c’è l’odio ed il peccato, c’è l’odio ed il peccato…

Ora siamo tornati ad Auschwitz dove c’è stato fatto tanto male,

ma non è morto il male nel mondo e noi tutti lo possiamo fare
e noi tutti lo possiamo fare e noi tutti lo possiamo fare…

Non è difficile essere come loro,

non è difficile essere come loro...

Ora suono il violino al mondo mentre muoiono i nuovi ebrei,

ora suono il violino al mondo mentre uccidono i fratelli miei,
mentre uccidono i fratelli miei, mentre uccidono i fratelli miei… 


(Claudio Chieffo -  La Nuova Auschwitz - 1967)

Note:
(1) Chiara Lubich - Il grido . Città Nuova ed.


Tuesday, January 01, 2013

AURORA


Può essere l'ultimo lembo di terra, il Finistère, o un insperato approdo, ma é sempre una Madre, 
Notre-Dame-des-naufragés, che porta in braccio l'Aurora.
"E' bello vivere, perché vivere é cominciare sempre, ad ogni istante"

Monday, December 24, 2012

VIGILIA

Quella notte, l'antivigilia di Natale, si soffermò a pensare alla bambagia in cui era solito immergersi, soprattutto quando fuori c'era freddo e dentro il gioco si faceva duro. Non serviva mai a nulla, tutto quel bagaglio d'idoli e false sicurezze che sapeva creare così bene nella propria mente. Soprattutto lo rendeva impotente, di fronte alla rabbia che lo assaliva alla prima cosa storta che gli capitava durante la giornata. Ma ora che la notte si era impossessata della terra, aveva più tempo per provare a scostarla un po' da sé. Affrontare la realtà con sguardo sincero.

Si avvicinò alla macchinetta del caffé: erano le tre del mattino, il suo orario preferito. Pensò a tutti quei volti, poco distanti da lì, ognuno disteso nel suo letto d'ospedale. L'uomo dallo sguardo triste, alle prese col tamponamento del suo cuore, sospeso tra la vita e la morte. L'edema polmonare, risolto, che ora respirava tranquillo e guardava un soffitto che pareva tappezzato di stelle del cielo. L'uomo giovane con l'infarto, tremante di freddo e di paura, tornato dalla sala d'emodinamica con una coronaria aperta ed il sorriso riconsegnato al suo viso. Pensò alla giovane donna, una vita di dispiaceri affogata nell'alcool ed un delirium tremens più devastante della sua cardiopatia. E all'uomo depresso, che voleva farla finita in Pronto Soccorso, ma poi, alla fine, lo aveva ringraziato per essere stato lì. Quella notte, la notte dell'antivigilia, aveva provato a bussare alle porte di tutto quel dolore, ma le chiavi d'accesso erano indecifrabili e nascoste.

Poi, il giorno della vigilia, tutto gli apparve come trasfigurato. Se ne andò per la sua strada, le mani ancora sporche di sangue, ma pezzi di strada condivisi. Portò con sé quei volti, compagni di viaggio con imbarchi e rotte diverse, ma un unico approdo per lo stesso destino. Di lì a poco una Madre li avrebbe raccolti per deporli nella mangiatoia del Suo unico Figlio. Perché potessero diventare tutti assieme figli suoi. Quella Madre li avrebbe sempre protetti, come aveva sempre protetto anche il suo cammino e il suo sorriso. Era Natale, dal suo cuore uscivano lacrime di sudore ed era felice. Infilò le chiavi nella serratura, entrò in casa, appese il cappotto e si sedette al tavolo, con la penna e i suoi poveri pezzi di carta in mano. Ed iniziò a scrivere la storia successiva.


 

Thursday, October 18, 2012

BOB DYLAN, LA DOMANDA. E LA STRADA.

"Basta poca fede per fare tanta strada", racconta Bob Dylan al suo interlocutore di turno su Rolling Stone. "E' la cosa migliore che si possa avere. Quando si ha poco altro, basta quella. Ma ci vuole tempo per acquisirla. Bisogna continuare a cercarla". 
C'è tanta roba nell'ultima intervista di Dylan, molto più di quanto ci si aspetterebbe da uno che ha sempre rifuggito ogni tentativo di scandagliare il suo animo ed il significato profondo del suo lavoro. "Sto cercando di spiegare qualcosa che non si può spiegare", dice. E aggiunge: "devi darmi una mano".
Ho smesso di ascoltare Tempest già da un bel po'. Non c'è un motivo preciso per cui l'ho fatto. Ma é come se stessi aspettando qualcosa. Troppe onde, troppa bufera intorno a me. E allora ho atteso. Che fossero le canzoni ad inseguirmi e scovarmi. Finché arrivassero ad essere in grado di raccontarmi qualcosa. Non so se ora é tempo di bonaccia e non so neppure cosa mi riserverà il mare domattina, ma forse quel momento adesso é giunto e allora sono pronto a riprendere il dischetto per metterlo nuovamente nel lettore cd. Dicono che si tratti di canzoni che narrano di morte e di dolore, di grazia e nostalgia, ma tutte le canzoni folk l'hanno sempre fatto. Lo dice a chiare lettere, Dylan, respingendo al mittente tutte le misere accuse di plagio che gli hanno sempre rivolto contro. Si chiama ricchezza, invece, tutto quello che ti porti dentro e che ti viene sempre dietro. "C'è della verità in tutti i libri - aggiunge - e non si può vivere senza leggere dei libri". 

Chissà se é appagante, a settant'anni suonati, la vita di Dylan. Ho sempre pensato che la questione del Neverending Tour fosse una faccenda esistenziale, ma probabilmente mi sono sempre sbagliato: "il solo suonare dal vivo non potrà mai farti felice", dice lui. E allora perché continuare a farlo, sera dopo sera, dall'Europa al Pacifico, notti passate su un autobus tra una città e l'altra dopo ogni show? "Nessun tipo di vita é appagante se la tua vita non é redenta": questo é il punto. Nient'altro. E neppure fare nuovi dischi, per esempio. "Credi che Tempest sia un album epocale?" Ingenua, per essere la prima domanda di un'intervista. "E' come tutti gli altri, le canzoni son venute da sole", risponde lui. Anzi no, é anche peggio. Non é il disco che volevo fare, aggiunge. Ne avevo in mente un altro, uno religioso. Forse é per questo che poi insiste in modo così ossessivo sulla questione della trasfigurazione. E quando l'intervistatore ci torna su, lui risponde: "So solo quello che ti ho detto. Devi indagare per conto tuo per capire di cosa si tratta".

"Io accetto il caos. Non sono sicuro che il caos accetti me", aveva detto Bobby Zimmermann tanto tempo fa, quello che non esiste più e che ha cessato di vivere dopo l'incidente motociclistico del '66. Il Bob Dylan di oggi vede nella trasfigurazione una possibile via d'uscita da quel caos. "E' così che riesco ancora a fare quel che faccio e scrivere le canzoni che canto ed andare avanti".
Forse trasfigurare se stessi vuol dire provare a camminare sulla propria strada tenendo sempre stretta in cuore una domanda di significato. Per sperimentare su di sé che é possibile vedere la propria vita cambiare a poco a poco, nonostante i continui inciampi e le incessanti cadute.  "Tutti abbiamo una chiamata" - dice Dylan in un passaggio chiave della sua intervista - "devi dare il meglio, qualsiasi cosa tu debba fare". La chiamata è sempre quella del cuore, che é fatto per l'infinito. Ed il meglio di noi stessi, dato giorno dopo giorno, é il battito di quel cuore lungo la strada. La domanda é una domanda di Grazia. E la strada é una via di rischio ed imprevisto. "Quando rischi la tua vita per qualcuno, quello é amore, quando qualcuno morirà per te, quello é amore", é l'ultima frase di Dylan. Vale la pena di vivere, per meno di questo?

PS
Ringrazio Giuseppe Gazerro per la traduzione italiana dell'intervista di Mikal Gilmore a Bob Dylan, pubblicata su Rolling Stone, ed il cui testo integrale si trova a questo link: http://www.maggiesfarm.eu/rsintervistabobdylan.htm

Wednesday, October 10, 2012

NON ODIERO'

Quando un incontro ti scalda il cuore, il tepore puoi continuare a sentirlo anche lungo gli inevitabili giorni di pioggia di un autunno che tarda ad arrivare. Il racconto di chi mi é sempre compagna di strada. Ed un libro. Da tenere ancora sul comodino.


Non odierò
di Daniela Leali

Meeting dell’amicizia tra i popoli: arriviamo giovedì pomeriggio e ci precipitiamo nella sala A3, convinti di partecipare alla  testimonianza di una neonatologa di cui abbiamo sentito parlare. Variazione di programma: al suo posto ci sarà un medico palestinese. Io e mio marito ci guardiamo e decidiamo di fermarci: più volte abbiamo sperimentato che il Mistero ci mostra il Suo amore proprio attraverso un imprevisto.
Dopo una presentazione rapida, ma carica di commozione, il dott. Izzeldin Abuelaish inizia a raccontare la storia della sua vita. Nasce a Jabalia, il più grande campo profughi della Striscia di Gaza, nel 1955. Maggiore di sei fratelli e tre sorelle, fin da piccolo capisce che l’istruzione è un privilegio, qualcosa di sacro che potrebbe  dare accesso a molte possibilità. Così, grazie a un duro lavoro, continui sforzi e grandissimi sacrifici da parte di tutta la famiglia, riesce a diventare medico. Nel 1997 comincia un internato in ostetricia e ginecologia all’ospedale Soroka di Israele: sarà il primo medico palestinese nello staff di un ospedale israeliano. Nascono rapporti con gli ebrei: si rende conto  che il cuore è lo stesso. Dice: “E’ sorprendente rendersi conto di quanto siano simili i nostri due popoli, nel modo in cui alleviamo i nostri figli, nell’importanza che attribuiamo alla famiglia…le nostre lingue e le nostre religioni sono semitiche. Abbiamo più somiglianze che differenze, eppure per sessant’anni non siamo stati capaci di superare la linea che ci divide. Come possiamo considerare più preziosa una vita di un’altra? Guardate i neonati nelle sale parto:sono bambini innocenti …e noi li riempiamo di racconti che promuovono l’odio e la paura. Ogni vita umana è preziosa, ed è facile distruggerla con i proiettili o con le bombe. L’odio consuma l’anima: è come un veleno”. Decide di dedicare la sua vita ad abbattere i muri e a costruire ponti di pace, iniziando dalla condivisione di questo ideale con la moglie ed i suoi otto figli. Purtroppo i leaders dei due popoli non la pensano allo stesso modo. Dicembre 2008: Hamas lancia razzi su Israele, l’esercito israeliano risponde demolendo le case dei palestinesi, uccidendo uomini, donne e bambini ed ogni essere vivente che vi si trova davanti. Il 16 gennaio tocca a loro. Racconta: “Eravamo tutti in casa, io stavo giocando con Abdullah, quando ho sentito l’esplosione nella stanza delle ragazze. Spero che nessun altro debba mai vedere la scena che si presentò ai miei occhi: hanno ucciso le mie tre figlie e mia nipote. Ma nonostante il dolore, la rabbia e lo sconcerto, so che non odierò”.
Ho le lacrime agli occhi: ma come è possibile? Guardo il suo volto: è una maschera di dolore, ma i suoi occhi esprimono una serenità per me impossibile. Appare sullo schermo la copertina del libro con la foto di tre ragazze sedute sulla spiaggia in riva al mare: sono Bessan, la più grande, Mayar “chiaro di luna”, e la piccola Aya. Voglio leggerlo subito, desidero conoscere meglio questa vicenda. Come ho potuto rimanerne indifferente per tanti anni, scadendo nei luoghi comuni?
Rientrata a Milano, ripenso a quest’incontro, mi domando perché il mio cuore si commuove così tanto per quell’umanità ferocemente ferita, ma così lontana dal mio mondo, dal mio modo borghese di vivere e di pensare. Scendo in strada e vedo un uomo che lavora ad un Kebap: si accorge del mio sguardo, mi sorride e mi saluta. Sono imbarazzata, non ho mai mai fissato così un arabo: non ho mai considerato la possibilità di rapporto con un musulmano al di fuori del luogo di lavoro, sto cominciando a sorprendermi nel constatare che abbiamo più cose che ci accomunano rispetto a quelle che ci dividono, nonostante il Potere faccia di tutto per farmi credere l’opposto. Non mi resta che  ringraziare di cuore il Mistero, che ancora una volta mi ha mostrato il Suo volto d’amore, attraverso la grazia di un incontro imprevisto.

 

Wednesday, September 05, 2012

QUELLA FERITA DEI SIGUR ROS


Nuvole basse, l’umido grigio di un autunno arrivato troppo presto. Le mura imponenti del Castello Scaligero circondano zolle di terreno instabile e fangoso, insidioso come quello di una baia tormentata ogni giorno da incessanti maree. Sembra un angolo di terre del nord, questa sera, Villafranca di Verona, e l’Islanda non appare poi così distante, nonostante il suo linguaggio astruso. Sigur Ros, chi sono costoro? Un gruppo post-rock, capace di attirare l’attenzione degli addetti ai lavori o dei pochi e soliti affezionati fans? No, non è solo per pochi il concerto di oggi, ed il colpo d’occhio sulla gente accorsa sino a qui è impressionante, a testimonianza della fama di un gruppo che é cresciuta poco a poco anche in Italia.(.....)




Wednesday, August 29, 2012

WAITING FOR A WHISTLE

Uno sguardo ironico e beffardo, a tratti chaplinesco. Quello con cui ti guarda sempre. Dal palco come durante le rare interviste che concede. Occhi che sembrano guardare sempre un po' più in là, oltre le persone, oltre gli avvenimenti che gli stanno intorno. E' buffo ed impenetrabile lo sguardo di Dylan, a passeggio di notte per le strade della città accompagnato da una gang. Dylan nel nuovo video di Duquesne Whistle, che scavalca con nonchalance il protagonista del filmato, un uomo abbandonato per strada dopo un regolamento di conti. Una vicenda quasi comica e grottesca, se non fosse, invece, così maledettamente somigliante a tante storia d'ordinaria e folle realtà.

Tempest, il nuovo disco di Dylan, non é ancora uscito - che bella data, l'undici settembre, per riaffacciarsi - e siamo tutti lì ad interrogarci di nuovo su quello che quest'uomo anziano che ha fatto la storia del rock - e di qualche pezzetto della nostra esistenza - abbia ancora da dirci dopo più di cinquant'anni. Non é necessario, forse, perché il protagonista di Masked & Anonymous ha già spiegato una volta per tutte quale debba essere la chiave di lettura delle sue cose: "Sono sempre stato un cantante e probabilmente niente di più". Esercizio inutile, quindi, scervellarsi ogni volta per vedere significati oscuri e reconditi dietro ad ogni mossa di chi ha deciso da un pezzo di rischiare la propria vita dando se stesso su un palco o su dischi nuovi, nei quali non si prende neppure cura di farsi aiutare da buoni produttori.  Jack Frost in realtà ci ripete anche oggi, come Jack Fate, che "le cose stanno cadendo a pezzi, specialmente il buon ordine di regole e leggi. Sali su una vetta più alta e vedrai saccheggi ed omicidi. La verità e la bellezza sono negli occhi dell'Onnipotente ed io ho smesso di cercare di capire cosa succede molto tempo fa". 
Il rischio, semplicemente, é di essere come la giovane Liza dei Fratelli Karamazov, che s'immagina di mangiare una composta di ananas davanti alla morte violenta di un bambino. Ciascuno di noi é capace di scavalcare la violenza per strada con quello stesso sguardo ironico e chaplinesco di Dylan nel suo video. Non fosse però che quel fischio di Dusquesne porta con sé il sussurro di un Amore più grande di tutte le miserie dell'uomo. L'amore di una madre, da riscoprire magari anche dentro una manciata di canzoni pronta a tenere in caldo l'autunno che verrà.

I can hear a sweet voice gently calling
Must be the mother of our Lord
Listen to that Duquesne whistle blowin'
Blowin’ like my woman’s on board

Sento una dolce voce chiamare delicatamente
Deve essere la madre di nostro Signore
Ascoltate quel fischio di Duquesne che soffia
Sta soffiando come se la mia donna fosse a bordo

Il video di Duquesne Whistle (tratto da questo link)

 

Tuesday, August 28, 2012

IL CUORE DI GIANNI


E' agitato e fatica a stare fermo sul lettino. Il battito accelera, a tratti in modo vorticoso, a fare compagnia alla sua voce. Poche parole, solo un "brum, brum" che mima il rombo di un motore. "Stai tranquillo", gli dico, mentre sua madre mi racconta che la Ferrari é sempre stata la sua grande passione. "Guardo solo il tuo cuore. Ci metto poco e non ti faccio male". 
Gianni ha più di quarant'anni ed i farmaci per controllare la sua psicosi sono più numerosi di quelli che servono a tenere a bada la pressione. Un'ecografia inutile, chiesta inutilmente dal suo medico di base. Un'ecografia che non gli cambierà la vita né le cure. Ma un'ecografia che oggi può cambiare la mia giornata.
Mi avvicino piano, il tono calmo e sottovoce. "Mettigli su la sonda due secondi - mi ero sentito dire da qualcuno - e poi eventualmente scrivi che l'esame non é fattibile per la scarsa collaborazione del paziente". E invece Gianni collabora eccome. Il suo cuore rallenta e la sua mente si tranquillizza sempre più, circondati entrambi dall'amore dei genitori e dalla gentilezza della mia infermiera. Non ci metto due secondi, né due minuti, ma di più, molto di più, anche se il cuore di Gianni, per fortuna, non ha niente che non funzioni a dovere. Ma il tempo, mano a mano che trascorre, serve ad affezionarmi ad uno sguardo, quello che sento crescere su di me sin dal primo istante. Lo sguardo con cui mi sono avvicinato a lui , così apparentemente umile ed indifeso. E che, a poco a poco, ha cominciato a scaldare il mio, di cuore. Un cuore scontroso e vanitoso, talvolta insensibile ed irato, a cui troppo spesso sfugge la grandezza del dolore che gli passa accanto. Quel cuore, accanto a quello di Gianni, sembra recuperare come d'incanto la pienezza d'ogni istante, il senso di un agire che é vocazione prima che mestiere. E' per quello che quasi non si vuol staccare più. Accanto ad una fiamma che gli ridona speranza ed energia. Educato all'Amore vero.
Alla fine, quando Gianni se ne va, lo saluto col sorriso, anche se lui sembra non accorgersene neppure. "Grazie!" mi dicono la sua mamma e il suo papà. "Grazie a voi", rispondo io. Grazie davvero. Al cuore di un uomo, piccolo ed umile, che oggi ha incrociato il mio ed é diventato il cuore di un Altro. Ce n'era bisogno per tirar sera e superare la notte che verrà. Il cuore di Gianni per dire buongiorno ad un nuovo mattino.

"una frase, una sola giudicherà la nostra condotta, la parola stessa di Gesù: "ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me"
(Jérome Lejeune, 1926-1994, professore di genetica dell'Università di Parigi)



Tuesday, August 14, 2012

IL PARADISO DIETRO UNA STRETTOIA



La strada che, dal mare di Albisola, sale al paesino di Sassello é per lo più stretta e tortuosa. Guido piano e dolcemente, affrontando ogni curva senza bruschi strappi del motore. Anche l'ultimo dei miei figli é ormai grande, ma l'effetto di un'andatura più brillante potrebbe avere effetti devastanti sull'abitacolo della mia vettura. "Sei emozionato?", mi chiede mia moglie. Già, dovrei esserlo, dico a me stesso, io che non sono mai stato a visitare i luoghi di Chiara Luce. Le rispondo di no e mi pare d'essere sincero, ma, sotto sotto, misconosco semplicemente le mie emozioni. Forse é perché ho appreso la vicenda di Chiara così bene che mi sembra d'essere già stato qui. E forse il fatto che la sua storia sia un po' parte della mia, entrambi dietro al carisma che Chiara Lubich ha donato al mondo, rende tutto un po' più familiare. Ma dovrei esserlo, almeno un po', sinceramente emozionato. Mantenere anche oggi lo sguardo di un bambino e sapermi stupire di fronte a ciò che sa di bello e di vero, la santità e l'eccezionalità dentro l'ordinarietà. E probabilmente, emozionato lo sono per davvero.

Oggi é un giorno particolare a Sassello. Ci sono settanta vescovi, amici del Movimento dei Focolari, venuti quassù dai cinque continenti per conoscere meglio la storia di Chiara e per incontrare i suoi genitori. Li vedo entrare in chiesa, Maria Teresa e Ruggero, semplici e sorridenti come sempre. Ruggero cammina lentamente appoggiandosi a due stampelle. Mi colpisce sempre la figura del papà di Chiara, schivo, di poche parole, quasi a fare da sfondo al fulgore smagliante di mamma Maria Teresa. Entrambi sempre belli a vedersi, sorta di Maria e Giuseppe dei giorni nostri. La loro casa sempre aperta, pronti a parlare con chiunque passi da qui, a voltare verso il prossimo quello sguardo così carico d'amore che hanno sempre tra di loro. Mi scopro a pensare che spesso dietro alla storia di un santo straordinario c'é la santità quotidiana di due genitori.
Prima di venire in chiesa passo con la mia famiglia dal cimitero. Sulla tomba di Chiara c'é tempo e modo di lasciar scorrere libera la mente e la preghiera. Chiedo grazie per tanti amici. Non ricordo cosa chiedo per me. Ma mi lascio avvolgere dalla sua luce, dallo sguardo luminoso dei suoi occhi, una bella fotografia appoggiata sul pavimento della cappella di famiglia. Con noi c'é un'anziana suora, maestra d'asilo di tanti anni fa. Racconta ai quattro bambini di una famiglia di Torino dei piccoli atti d'amore di Chiara verso i compagni di scuola materna. Mi commuove la familiarità che nasce spontanea tra gente che non si é mai incontrata prima. Ecco, forse é questo il primo momento della giornata in cui mi scopro davvero emozionato. Come allora, Chiara Luce genera anche oggi la reciprocità dell'amore. Quando gli amici uscivano dalla sua stanzetta dove giaceva ammalata usavano ripetere spesso:"vicino a lei non si sentiva mai, neanche per un attimo, il peso della malattia, del dolore, delle limitazioni. Stando accanto al suo letto ero io ad avere la netta percezione di essere la malata, l'invalida. Sentivo di doverle chiedere una mano, ma poi, in verità, non occorreva chiedere nulla, bastava guardarla per imparare ad amare sempre e a ripetere con lei: "Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io. Sei tu, Signore, l'unico mio bene". Rientrando a casa avevo anch'io la certezza di aver vissuto un momento di paradiso". Chiara continua a compiere questo miracolo in chi le si accosta. Creare una fraternità. Luogo di presenza di Gesù, generata dalla reciprocità dell'amore.

La messa é semplice e solenne allo stesso tempo. Il mio sguardo continua ad andare verso l'altare di destra, lungo la navata: non riesco a distogliere lo sguardo da quella fotografia. Ancora quella foto di Chiara, ancora quegli occhi pieni di luce. Anche vescovi e cardinali, oggi, sembrano essere in un certo senso a scuola. Dirà più tardi Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, anch'essa presente oggi a questa festa: "La sento come una sorella per il carisma dell’unità che ci lega: una sorella minore perché figlia del Movimento dei Focolari che ora presiedo; una sorella maggiore perché, correndo come gli atleti alle Olimpiadi, mi ha preceduta nella santità". 
Al termine della celebrazione c'é tempo per incontrare un po' di amici, venuti da ogni dove. Ad un tratto scorgo Franco, lo vedo da lontano dirigersi verso di me. Un amico argentino, che ha letteralmente illuminato tratti di esistenza della mia incerta gioventù. Non lo incontro da anni, mi si fa incontro, lo stesso sguardo e sorriso di sempre, uno dei più luminosi che abbia mai conosciuto. Lo abbraccio, questa volta mi commuovo e mi emoziono per davvero. E' ancora Chiara a generare tutto questo, lo sento. La reciprocità dell'amore. Valeva la pena di arrivare fino a qui anche solo per quest'abbraccio. Lungo una strada tutta curve. Il paradiso dietro a una strettoia.



Di tutti i libri su Chiara Luce che ho letto, quello di Franz Coriasco - "Dai tetti in giù" - mi é sempre parso il più bello. Coriasco é autore radiotelevisivo, musicale, teatrale; scrittore e critico musicale: sono anni che leggo le sue recensioni di musica rock su Città Nuova e tengo in cuore la speranza di poterlo prima  o poi incontrare di persona. Si definisce agnostico, ma il suo sguardo sulla realtà é quello che, da credente, mi piacerebbe spesso avere, io che mi sento così spesso schiavo dei miei pregiudizi. "Oggi, molto più di vent'anni fa - scrive Franz - Chiara mi dà sollievo, ogni volta che la penso: non illumina, ma riscalda la mia oscurità. E' come se contribuisse a tenere aperto lo spiraglio di una porta, così da non cedere alla tentazione di un'esistenza claustrofobica o meramente autoreferenziale. Soprattutto m'invita quotidianamente a cercare compiutezza e perfezione nelle piccole cose di ogni giorno, anche se ahimé, ci riesco di rado".
Penso a queste parole lungo le strettoie che da Sassello riportano giù verso il mare. La strada verso casa é lastricata di un misto di emozioni - quelle della giornata appena trascorsa - e d'intenzioni, quelle di puntare a rendere Bellezza tutte le piccole cose che attendono d'incrociare il mio cammino. Il rischio è di fermarsi al desiderio, ma in fondo basta saper volere, proprio in quelle piccole cose di ogni giorno: "Bisogna saper morire a colpi di spillo per saper morire di spada", diceva spesso Chiara. E pensare a Chiara serve anche a me a tenere aperto quel piccolo spiraglio, attraverso il muro della mia oscurità e del mio peccato. Ma non esiste muro così spesso che non abbia crepe. Dovrei saperlo, ormai, che é da quelle che passa la luce.