Sunday, September 14, 2008

CARA BELTA'



"There's a beauty in the silver singing river, there's beauty in the sunrise in the sky, but none of these and nothing else can match the beauty, that I remember in my true love's eyes"
(Bob Dylan)

C'è un groviglio di palazzi che cresce sempre più, vicino ad Assago, alle porte di Milano.
Amici che hanno visto i progetti affermano che il risultato finale dei lavori sia bello. Li ha disegnati, pare, un famoso architetto olandese. Sarà. Sta di fatto che quando ci passo di fianco in autostrada a me non é che piacciano un granché.
Forse perché il concetto di bellezza che ho in mente ha a che fare con qualcosa di diverso.
Come un fiore, o un filo d'erba, o le guglie di una cattedrale. Magari intraviste da lontano, tra gli alberi e l'orizzonte della strada, quando le prime case dell'abitato non si vedono ancora. Doveva succedere così, credo, ai cavalieri di un tempo, quando percorrevano le loro vie e scorgevano la chiesa. E dubito che provassero il disagio che l'uomo d'oggi si sente addosso quando osserva il paesaggio metropolitano.
Le cattedrali, una volta, le costruivano anche con il contributo della gente. Tutti ci mettevano del proprio, anche pochi denari, ma l'importante era far parte di quell'opera. Anche il duomo di Milano fu eretto in questo modo (1). Non solo grazie a questo, certamente, ma quel che é certo é che ciascuno sentiva anche qualcosa di sé quando la chiesa era finalmente finita. Ed erano capolavori di architetti e lavori complessi, né più ne meno come oggi, ma capaci, quelli sì, di far sentire cielo e terra più vicini.


Il fatto é che c'é bisogno sempre più di bellezza, un'armonia che il mondo d'oggi sembra non cercare più, preda di nevrosi tecnologiche e d'idoli sempre più sofisticati.
Idoli di cui papa Benedetto ha parlato a Parigi (2), alle 260.000 persone convenute per la Messa e cui ha contrapposto, davanti alle innumerevoli fiaccole portate dai fedeli, l'essere luce, che poi vuol dire chiedere, cercare ed allo stesso tempo essere Bellezza: "questo gesto riassume da solo la nostra condizione di cristiani in cammino. Abbiamo bisogno di luce e nello stesso tempo siamo chiamati a divenire luce".
E di luce e di bellezza doveva essercene parecchia ieri, all'esplanade des Invalides.


Bellezza, tante volte, é la luce del mattino, prima che tutto cominci a correre e ad urlare.
A volte mi sorprendo a guardare l'alba alla finestra, dopo una notte di corse, di guardia all'ospedale, quando tutto sembra finalmente quietarsi ed anche il dolore lascia un po' di tregua, consentendo al mattino di farsi strada un'altra volta.
Quella luce del mattino assomiglia, a volte, a quella del tramonto.
Luce crepuscolare, che pare un suono, così che quella miriade di luci e di colori sembrano infinite note che compongono una melodia.
E' il jingle jangle morning, quello che sento attraversare la mia pelle, quel suono mercuriale e selvaggio, di cui Bob Dylan parlò una volta (3). Un suono della strada, una musica che, come per Dylan, anch'essa "filtra in me con l'esplodere dell'alba".
Non sono suoni né luci come tutti gli altri : "(...) E' il suono delle strade con i raggi del sole, il sole che splende in certe ore particolari... un particolare tipo di persone che camminano lungo un particolare tipo di strada. Un suono che vaga fino alle finestre aperte, che tu puoi sentire. Il suono delle campane e i treni di una ferrovia lontana e le chiacchiere negli appartamenti e il tintinnio dell'argenteria, i coltelli, le forchette e lo schioccare delle cinghie di cuoio... Sì, nessun carpentiere suona, nessun aeroplano suona. Solo tutto quello che é abbastanza naturale suona, sai, l'acqua che fluisce in un ruscello." (4)
Un'altra forma di Bellezza, anche questa.


Mettersi in macchina al mattino, dopo notti di guardia così, o all'inizio di giornate partite invece svogliatamente, é comunque imbattersi violentemente col tuo personalissimo desiderio del bello.
E questo, invariabilmente, finisce per diventare un Tu.
Quel Tu a cui affidare tutto ciò a cui tieni. E quel Tu a cui ti rivolgi, nel momento in cui hai drammaticamente sperimentato la tua incapacità.
Quando Bob Dylan incontra quello strano personaggio - un vecchietto di nome Sun Pie - nelle campagne vicino a New Orleans - si sente domandare: "Lei é uno che prega, vero? Per che cosa prega? Prega per il mondo?". "Non ci avevo mai pensato a pregare per il mondo", gli risponde Dylan e aggiunge: "Io prego per diventare una persona migliore" (5).
Cercate ciò che é vero, diventate luce, ha detto il Papa.
Ma, per quanto ci sforziamo, non siamo capaci di farci da soli, né da soli di cambiare.
Abbiamo tutti, per fortuna, un benedetto bisogno: quello di un Tu.

Note:
Cara Beltà é naturalmente il titolo di una poesia di Leopardi ed é anche quello di un libro di Luigi Giussani. Non posso pensare a cosa significhi la bellezza nella mia vita ignorando maestri che hanno fatto tanto per illuminarne la strada.
(1) "meglio ancora che encomio, é dovuta riconoscente ammirazione a quei nostri maggiori, che con tanta generosità concorsero a fornire i mezzi per la gigantesca costruzione. Senza differenza di classe, tutti accorrevano a portare il proprio obolo per la grande impresa, con le materiali offerte di denaro e robe" (tratto dagli Annali della fabbrica del Duomo)
(2) "il mondo contemporaneo non si é forse creato i propri idoli? Non ha forse imitato i pagani dell'antichità, distogliendo l'uomo dal suo vero fine, dalla felicità di vivere eternamente in Dio?" (dall'omelia di Benedetto XVI, durante la Messa all'esplanade des Invalides)
(3) Nell'intervista di Ron Rosenbaum - Playboy Interview Bob Dylan - A Candid Convesation - pubblicata su Playboy nel marzo 1978, Dylan disse ad un certo punto: "Ho quasi raggiunto la musica che immagino nell'album Blonde On Blonde: un suono sottile, mercuriale e selvaggio. Metallico e lucente, con tutto ciò che evocano queste parole. Quello é il mio vero suono."
(4) ibid.
(5) tratto da: Bob Dylan, Chronicles, vol.1, ed. Feltrinelli

3 comments:

Anna Maria said...

La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s'allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que' passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s'eran fatta una strada ne' campi. Renzo, salito per un di que' valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell'ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. (I Promessi Sposi, cap. XI)

Paolo Vites said...

evabbé... il prossimo libro lo faccio scrivere a te...

Fausto Leali said...

scrivere un libro col mio professore di rock? magari... :-))