Friday, August 27, 2010

CRONACHE DEL CUORE


Le note di Piper To The End in sottofondo, mentre l'auto scorre veloce lungo l'autostrada, mia figlia sul sedile a fianco e gli altri due più piccoli a sonnecchiare su quelli di dietro. Mia moglie é al lavoro, non é riuscita a venire e allora cosa mi spinge ad andare sin laggiù, in quel posto che proprio lei mi aveva fatto scoprire anni fa? Dev'essere qualcosa che ha a che fare col cuore, quello che desidera qualcosa e che é tutta estate che m'insegue.
Sto andando al meeting di Rimini e il titolo - ma guarda un po' - c'entra con lui un'altra volta: "quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi é il cuore". Allora é per quello che l'auto sta mangiando la strada, che due giorni liberi sono stati ritagliati con fatica, dentro la frenesia della città e del lavoro. Per trovare là una risposta, un volto, un'incarnazione a quel "ciò che il tuo cuore desidera esiste", scritto sulla maglietta dei miei figli al ritorno da una vacanzina.

Non siamo ancora arrivati e squilla già il cellulare. Dall'altra parte c'é la Manu, che sta prendendo gli ordini per fare lo scontrino del pranzo. Non siamo ancora arrivati e c'é già chi pensa a noi. Ecco la prima risposta a tutti i dubbi, le incertezze e le infedeltà che ti porti dentro. La risposta é un'amicizia che ha già pensato a te prima che tu la potessi incontrare o meritare. Un'amicizia che non é pensiero o ideologia, ma carne ed ossa e che appena entrato in fiera ti accoglie con un abbraccio e ti fa sedere a tavola saltando la coda.
Dopo pranzo accompagno i ragazzi più piccoli al villaggio ragazzi. Chiara, la più grande, ha già trovato le sue amiche e vola via per il "suo" meeting, che, lo scoprirò man mano, sarà vissuto con allegria e pienezza. Io vado a sentire Fiammetta Cappellini, volontaria di AVSI ad Haiti, che ha più di qualcosa da raccontare. Prima di lei, la testimonianza di Mireille Yoga, educatrice in Cameroun in mezzo alla dura realtà dei ragazzi di strada. Fiammetta, ad Haiti con AVSI, ha fatto cose inenarrabili. Eppure quella che passa é la sua disarmante semplicità. La mamma di Haiti - come l'ha chiamata qualcuno - riesce a raccontare il proprio agire come quello di qualcuno che é cosciente di essere strumento nelle mani di Uno più grande di noi. "Sapete - ci dice a un certo punto - i professionisti del soccorso internazionale ci hanno detto che laggiù si può dare una mano, ma che ormai non c'é più niente da fare. Ma noi abbiamo visto che il popolo di Haiti ha desiderio di cose grandi. E dove c'é gente che desidera cose grandi, noi non possiamo non essere lì con loro". Un brivido scorre sotto la pelle, mentre la platea sottolinea col proprio applauso l'emozione dell'animo. Eccolo lì, dentro quelle parole, il titolo del meeting. Eccolo lì il desiderio e il cuore, il motivo per cui oggi sono qua.


Fuori da lì eccoli di nuovo, ad uno ad uno li incontro tutti. Gli amici. Sguardi, strette di mano, abbracci tra uomini veri. Incontro Paolo Vites, mi presenta Terra Naomi, bella e brava cantautrice newyorkese che la sera ci delizierà con le sue canzoni. "Hi, how are you?", un sorriso disarmante. C'é don Eugenio con lei, che é già riuscito a portarla in Italia senza che lei sapesse che era un prete. E' un uomo grosso così, di una simpatia travolgente. "Ho capito che dovevo fare il prete ascoltando la musica rock", ci dice. Come mi piacciono i tipi così.
Poco dopo sono davanti alla mostra di Solidarnosc. Trent'anni da quei giorni. E li ricordo ancora, quei momenti dei miei diciott'anni. Ma non avevo capito cosa fosse successo veramente. E allora sono qui per entrare dentro quella storia, una vicenda incredibile di operai che s'inginocchiano davanti ad un quadro della Madonna, dentro un cantiere gestito dall'oppressione comunista. La storia di un popolo che prima di chiedere il pane - quello che gli manca ogni giorno - chiede la possibilità di esprimere ciò che ha nel cuore: la libertà. Libertà di riconoscere quella natura che ci fa desiderare cose grandi.
Le mostre al meeting sono una più bella dell'altra. Non avrò la possibilità di vederle tutte, in due soli giorni. Ma ce n'é un'altra che mi attanaglia l'anima per poi farla volare senza freni. E' la storia - umana soprattutto, più che il racconto dei suoi scritti - di Flannery O'Connor. Qui c'entra il limite ed il fatto che misteriosamente sia proprio quello a condurti ad un'esperienza di verità. Ecco dove sta la bellezza del seguire Cristo. Il tuo peccato, il fallimento e la fatica, non sono un'obiezione, ma un fatto già redento dall'Uomo dei Dolori, Colui che sulla croce s'é fatto così tutto con noi, da arrivare a provare la sensazione dello straziante abbandono del Padre. E, nella vita della scrittrice, la malattia, e tutto il resto si trasformano in una strada dove comprendere sempre più come Dio parla attraverso la realtà di ogni giorno.



Il pomeriggio del mio secondo ed ultimo giorno al Meeting c'é un amico importante da incontrare. Massimo Priviero é venuto fino a qui, per cantare un paio di canzoni all'interno dell'incontro di presentazione del libro "Cosa sarà: l'avventura del mistero nella canzone italiana". Ci regala La Strada Del Davai ed un medley di Chimes of Freedom con Nessuna Resa Mai, prima di lasciarci con una versione da brividi di Amazing Grace. In contemporanea c'é l'incontro con la vedova Coletta e solo il cielo sa quanto avrei bisogno di sentir parlare di perdono da parte di una donna così. Ma incontrare gli amici e condividere un'esperienza é tramutare in carne il desiderio del cuore e allora é per questo che sono qui. Perché l'abbraccio con Massimo é una di quelle cose calde che lasciano il segno e che ti porti fino a casa. Alcuni fans di Priviero si erano stupiti della sua presenza qui: "che cos'hai in comune con quella gente là?" gli avevano chiesto. E lui risponde - lo dice a Walter Gatti, che gli chiede sul palco di rendere conto, in un certo senso, del motivo della sua presenza - : "il mio bisogno di cristianesimo é il loro bisogno di cristianesimo". E davvero non c'é bisogno d'altro per stare insieme, penso, mentre sale l'applauso della platea.


Faccio in tempo ad ascoltare qualcosa del cardinal Scola, prima che la giornata volga al termine. Ha fatto uno sforzo per essere un po' più semplice e comprensibile del solito, ha detto sorridendo. Io ascolto solo gli ultimi dieci minuti del suo discorso, ma sono un vero e proprio sussulto. "Vieni e vedi" é l'esperienza che ci richiama a fare. Ecco perché, allora, anch'io ho fatto l'esperienza quaggiù che tutti gli amici sono tali perché testimoni. Ecco cos'era che mi faceva sussultare ogni volta che ne incrociavo uno. E Scola lo spiega bene che cos'é il testimone: "colui che, condividendo di persona anche l’ultimo frammento del desiderio che permane sempre in ogni uomo, ridesta nel suo cuore la nostalgia del desiderio di Dio, cioè del compimento della propria felicità. Questa nostalgia ha un nome semplice e luminoso. Si chiama santità". Una santità a portata di mano finalmente. Santità che non é merito nostro, ma che é raggiungibile e possibile. E che passa attraverso il fratello. E attraverso gli amici.

Si parte per tornare a casa che é già sera. Arriveremo a notte fonda. "papi, ma come si fa a capire se una persona é quella giusta?". Mia figlia, sul sedile a fianco, mi spiazza, mentre gli altri due, sui soliti sedili posteriori, stanno già dormendo. Quattordici anni e già fanno domande che sanno d'infinito. "Non c'é un metodo, un sistema, ma si capisce, Chiara, si capisce. Nel profondo del tuo cuore lo capisci". Per più di due ore parliamo di tutto. Di matrimonio e fedeltà, di amici, della mostra di Dante che ha visto e che le ha allargato il cuore. Di gioia di vivere, al fondo di tutto. Poi, sugli ultimi cinquanta chilometri che ci separano da Milano, si addormenta anche lei. Sono stanco, maledettamente stanco, ma felice. Ho trovato un'altra volta il cuore ed ho capito cosa sia, lo ha detto don Stefano Alberto a tutto il popolo del meeting: "cosa sia il cuore lo capiamo dalla testimonianza degli amici". Ed io, di testimoni, qui ne ho trovati parecchi, quelli che mi aiutano ad andare avanti tutti i giorni, nonostante la mia pochezza, perché grazie a loro si genera Quella presenza in mezzo a noi che é l'unica capace di cambiarlo, quel cuore desideroso d'infinito.
Quando arriviamo a casa troviamo mia moglie in piedi ad aspettarci. E' stanca, ma felice anche lei. Che siamo tornati, certamente, ma soprattutto che siamo stati là. Mi é mancata parecchio in questi due giorni, anche se il "suo" meeting ora é diventato anche il mio. E il suo cuore l'ho sentito palpitare laggiù con me, anche se lei era lontana.

"Quello che il tuo cuore desidera, esiste". L'ho percepito tutta estate, ho cercato a lungo quel desiderio. L'ho trovato, finalmente, lungo la strada che porta verso casa.
Ora posso ripartire per davvero.
Nell'avventura dell'attimo presente della vita.


Wednesday, August 18, 2010

LA MUSICA DEL CUORE


Ci sono giorni in cui mi assale un'insanabile ed inspiegabile tristezza. Altre volte é la malinconia, che spesso non riesco a distinguerle tra di loro, diverse ma anche così simili, i margini dell'una a sconfinare in quelli dell'altra, come i profili di orizzonti lontani. Due sorelle che camminano lentamente mano nella mano, dal carattere difficile, sempre pronte a farti compagnia anche quando non ne avresti voglia. Stati d'animo cuciti addosso come vestiti stretti; altre volte, invece, abitini tenuti inutilmente su di sé, con un sottile compiacimento della mente, quando invece basterebbe così poco a scrollarseli via.
Ma io non ci sto, c'é necessità di provare ad anestetizzare queste scomode presenze, compagne d'armi del mattino o del tramonto; ho bisogno di tentare di tramutare gli intrecci della mente in parole che abbiano un senso compiuto, perché il disagio svanisca al più presto, affinché al suo posto si renda visibile e presente un virile e gioioso approccio alle circostanze della vita. La verità che si fa strada, mentre le incertezze lasciano il passo all'agire dell'Amore nel fluire incessante dell'attimo presente.
Mi é d'aiuto don Giussani, che la malinconia la definì mirabilmente un giorno, capendo come della vita non dovesse essere censurato nulla - tanto meno le emozioni - ma tutto dovesse invece essere semplicemente rivolto e ricondotto verso Colui che ha in mano il destino di ogni cosa. La malinconia é nostalgia - aveva detto - nostalgia del rapporto con l'infinito, che emerge - guarda un po' - come tristezza.
Una tristezza che però non é disperazione, né tanto meno sentimentalismo, quell'impostore che non consente alla tua vita di fare un passo verso una direzione che abbia anche solo un barlume di vera consistenza. E' tenerezza, invece, ed é, allo stesso tempo, passione per quella nostalgia. Ecco perché a quel prete brianzolo piacevano così tanto i canti napoletani, che quell' "intensità di tenerezza e di passione", erano capaci di "rovesciartela addosso" intensamente.

L'altra sera, però, mi ha aggredito di nuovo. La tristezza, la malinconia, chiamatela pure come vi pare.
Un cielo rosa e azzurro, e la luna sullo sfondo, e il sole già annegato all'orizzonte. Una macchina che sfreccia solitaria lunga la strada deserta e silenziosa e gli affetti maledettamente troppo lontani. C'é il Barotti che canta in sottofondo a squarciagola: "chiedete a chi di mestiere se sono vivo anch'io"... ed io sento che sono vivo eccome e che "la mia ossatura é un tutt'uno con la carne ed il sangue, come le corde e il legno delle mie chitarre"...
Se solo sapessi scriverla o dipingerla, la tristezza, allora sì che sarei artista, ma artista non lo sono. Sono strumento, invece, come il pennello o lo scalpello, che non sa cosa uscirà dalla tela o dalla pietra informe, ma che si fa felice d'essere stretto nelle mani di Chi lo saprà usare. Così non importa se ogni tanto può fare pure male, purché la strada sia sempre costellata di lampi, anche nel buio, ché la strada passa dentro la luce, anche quando tu non vedi, basta che sia sequela.

E allora, alla fine, lasciatemi tornare alla musica, perché é quella, che ancora una volta, oggi, canta prepotentemente al centro del petto. E musica di tre amici, perché é con gli amici che bisogna andare, quando il cuore si mette a battere così forte.
La poesia rock di Frank D'Acri , che a settembre uscirà finalmente col suo primo disco, l'allegria di Stefano Barotti, che nella blue room dell'uomo armadillo riesce a portarci col suo sorriso scanzonato e la forza e la passione di Massimo Priviero, perché nessuna resa mai, alla fine, é l'urlo che esce prepotentemente da quel cuore.
Musica per cuori forti e fragili allo stesso tempo.
Musica da ascoltare, in queste fresche notti d'estate.
Musica per gente come noi.






Monday, August 09, 2010

CRONACHE DALL'ARCIPELAGO

"Sei proprio come questo mare: immenso ed arcano, che sempre lo senti dire un suo misterioso profondo, che capisci, ma non sai ridirtelo a te stesso con parole comprensibili e determinate; questo mare che ora è calmo ed a stento lo odi ora ansare sulla riva e sembra che sogni, e dopo poche ore è tutto tribulato ed ansimante e appassionato, e non sai il perchè... ma calmo o agitato, silenzioso o irato, il mare ha ogni giorno ed ogni istante un minimo comun denominatore, un significato base unico ed inesorabile, che è la sua grandezza: il senso travolgente di una immane aspirazione all'infinito, al mistero infinito".
(Luigi Giussani)


Oggi il vento ha spazzato in lungo e in largo tutto l'arcipelago. Ha increspato il mare, reso inquieti i naviganti, trasportato le nuvole da un capo all'altro del cielo. Il sole ha fatto capolino qua e là, timido ed incostante, come la ragione che cerca d'insinuarsi tra le preoccupazioni ed i pensieri, senza riuscire a mutarne il fluire incessante. Così é stato il vento stesso a provare a farsi carico di soffiare prepotentemente tra solchi e valli della mente, entrando negli anfratti più riparati e nascosti, per portare via i pensieri più cupi, l'ansia dei dolori lasciati irrisolti a casa.
Quando il vento cessa di soffiare, i colori tornano ad essere accesi. Il mar dei Caraibi é qui, una manciata di ore di navigazione dal porto di Genova. Spargi, Budelli, La Maddalena e Caprera. Il mare si tinge di verde e di turchese e il cielo non potrebbe essere più azzurro di così. I pesci non sono variopinti come i loro fratelli dei mari tropicali, ma si sentono più liberi di nuotare tra i piedi dei bagnanti, salvo sfuggire, quando é l'ora del tramonto, ai gabbiani, che svolazzano dolcemente a ridosso della spiaggia, incuranti della gente ancora oziosamente distesa sulla battigia a caccia dei raggi dell'ultimo sole del giorno. La trasparenza dell'acqua é cristallina come quella dei pensieri, finalmente liberi da tutto ciò che li ha annebbiati, dentro il ricordo dello stress di una città divenuta ormai troppo disumana. Immerse in squarci di vero e proprio paradiso, le preoccupazioni riescono a farsi anche preghiera, nella contemplazione della meraviglia del creato. Sofferenze morali e corporali di persone amate, cucite addosso come vestiti stretti e portate sino a qui, riescono alla fine a ricoprirsi di una fiducia che é consapevolezza che anche il più piccolo dei capelli del capo é contato.
Si dovrà lasciare inaspettatamente presto questo luogo di sogno e di realtà: la partenza é dolorosamente anticipata perché i dolori reclamano anzitempo a sé una presenza. Ma la certezza di un Amore che riveste ogni circostanza accarezza la pelle come la sabbia e il vento ed entra nel profondo, a diluire di serenità il sangue oscuro che scorre nelle vene. Ed é questa presenza che mi accompagna lungo la strada che porta verso casa.




Sono stato a Bonifacio. Un piccolo gioiello di storia e architettura, casette arroccate su una rupe in un golfo da sogno immerso dentro un mare cristallino. Ho girovagato per le viuzze medievali, mi sono immerso ancora una volta per un po' nella mia adorata Francia, un'isola in mezzo al Tirreno che diventa luogo dove far approdare, per un giorno, aneliti e tristezze, dove far girovagare senza meta e senza tempo la mia mente. Lì, in quel luogo di bellezza, serenità e vacanza, il solito ignoto ha rubato il portafoglio ad uno dei miei figli. Al più sensibile ed al più dolce di loro. Al più indifeso dei tre pezzi del mio cuore. Ho accarezzato le sue lacrime, asciugato il suo viso, fatto mio il suo dolore; la sua sensibilità ferita a scorticare senza pietà la mia, il desiderio maldestramente dichiarato di ridargli indietro non tanto il denaro o chissà cos'altro, ma la felicità di un cuore prima che fosse leso da quella piccola ma dolorosissima ferita.
Poi, nel silenzio di un abbraccio, più consistente di mille inutili parole, mentre, mano nella mano, abbiamo percorso insieme la strada verso il traghetto che portava verso casa, ho ripensato a quei momenti in cui ho visto i miei figli danzare allegramente in mezzo al mare.

Li avevo guardati a lungo, mentre i riflessi del sole sull'acqua creavano una meravigliosa costellazione di diamanti sfolgoranti di luce. In mezzo a quei riflessi avevo percepito il bene provato per loro crescere a poco a poco, sino a raggiungere un'insostenibile intensità. Ed era stato solo a quel punto che era affiorata alla mente la fatidica domanda: quel "che ne sarà di loro?" così colmo d'amore, che solo certi momenti sono in grado di generare come dal nulla. Ed avevo desiderato, in quegli istanti, che nella vita potesse venire risparmiato a loro ogni dolore, sapendo perfettamente come ciò non fosse possibile in alcun modo. Solo allora la percezione chiara, netta, della mia inesorabile impotenza aveva reso vero e possibile affidarli a un Altro, un Padre capace di amarli di un amore che io non ho, Uno che ha a cuore il loro destino più di quanto io stesso abbia a cuore il mio.
Ed ho pregato, sullo sfondo di un mare color turchese e di un cielo immensamente blu, ho pregato come solo raramente mi fosse riuscito sino ad allora. Pregato che nella vita non fosse loro tolta la tristezza od il dolore, ma che sapessero solo e soltanto rivestirsi di quello stesso Amore che li aveva generati un giorno e che non smetteva mai di occuparsi di loro nelle circostanze della loro esistenza.

Poi, dopo un po', é ritornata anche lei. Quella frase scritta su una maglietta e che continua a girovagarmi nella mente da un bel pezzo, quasi non voglia lasciarmi proprio più. E' ricomparsa sulla schiena di quello stesso figlio le cui lacrime avevano straziato per un giorno un pezzo del mio cuore. Una frase sullo sfondo di quello stesso mare e di quello stesso cielo, entrambi azzurri come la speranza: "quello che il tuo cuore desidera, esiste".
Qualunque cosa accada al mondo, qualsiasi cosa accada a me.
E qualunque cosa accada a voi, cari, dolci e amati figli miei.

Monday, July 19, 2010

STORIE


In questi giorni ho visto soffrire per il caldo pure il blog, al punto che - si vede che é proprio stanco pure lui - si é messo a fare le valigie e mi ha detto che si prende una pausa per un po'.
Io non smetto di scrivergli, però; vorrà dire che prenderò appunti su un blocknotes, visto che non riesco proprio a non mettere per iscritto qualche cosa, tutte le volte che la vita s'infila dentro strettoie di gioia o di dolore, tutto sempre e comunque degno d'essere vissuto, esperienza di quell'Amore più grande che nulla censura e tutto accoglie.

L'ultima nota di questa calda estate lombarda é una pagina rock'n'roll, sullo sfondo del Grand Canyon de noantri, quattro pareti di roccia di una cava sopra il lago di Pusiano.
Artisti noti insieme a meno noti, performances più riuscite, insieme ad altre un po' meno felici. Sul palco si susseguono in successione Lilly, la figlia di John Hiatt, con la sua band - un onesto e giovane country-rock di matrice nashvilliana - un brillante e forever young Tom Russell, un Dave Alvin che, per l'occasione, si presenta invece svaccatello anzicheno, accompagnato dalle sue Guilty Women, delle quali a me riesce di apprezzare solamente Cindy Cashdollar - vera e propria regina bionda incontrastata della steel guitar - ed infine quella costola di Uncle Tupelo che corrisponde al nome di Son Volt, e che, francamente, invece, é sempre un bel sentire e un bel vedere.
Una brezza estiva - a tratti in realtà aria gelata - da me accolta con piacere, ma capace di mettere a dura prova l'umore di mia moglie - accompagna la nostra musica tutta sera e, inizialmente, pure un'ottima salamella ed una birra fresca, da condividere al tavolo con vecchi e nuovi amici.
Quando poi, alla fine, sulla strada che porta verso casa, mi ritrovo solo, in compagnia di una feroce stanchezza e dei miei pensieri alla rinfusa, con mia moglie sdraiata sul sedile in fianco a me, ormai dolcemente accolta dalle braccia di Morfeo, mi sembra che il bilancio della serata, più che dentro lo spessore della musica, sia stato ancora una volta da cercare nelle storie che ho incontrato.
Storie ce ne sono - e tante - dentro le canzoni, narrino esse della madonna di Guadalupe o di vite alla deriva, passate dentro squallidi bar della periferia di Abilene. Ma storie, soprattutto, le ho scorte dietro agli occhi di ogni volto che ho incrociato, dentro voci roche eppure allegre, attraverso ogni stretta di mano, o bacio, o abbraccio che ho lasciato. Ed anche lui, l'abbraccio più forte di tutti, quello di un amico che questa sera non c'era suo malgrado, é volato per un po' sulle note di Nina Simone, prima di raccogliersi in preghiera per andare a raggiungere quello di tutti gli altri.

Quando l'auto raggiunge finalmente il garage di casa, le forze sono proprio finite per un'ultraquarantenne come me e sarà dura, domattina, ricominciare a lavorare. Ma il cuore non smette mai di battere per coloro che egli ama e pure per quelli che l'Amore lo devono ancora sperimentare in qualche modo. Ed é un cuore che non riesce a smettere di desiderare, quello con cui continuo ad imbattermi mio malgrado, sempre alla ricerca di storie sincere da incontrare.
Storie di musica, storie di amici.
Storie di gioia, di dolore e di passione.
Storie di semplice comunione.










foto by fausto 'cardioman' leali, copiate, incollate, fate quel che volete, ma citate la fonte :-)


Friday, July 16, 2010

CARDIOLOGIA

Continuo a vedere cuori, ogni giorno. Tra ieri ed oggi ne ho contati ventotto, più o meno contrattili, dietro a quelle meravigliose immagini che gli ultrasuoni sono capaci di creare.
Continuo a pensare ai cuori, ogni giorno. Muscoli solo in apparenza, in realtà anime che cantano per un perché. "Dottore, é il rumore del mio cuore, quello?": la parte doppler di un'ecocardiografia, quella che genera suoni, suscita sempre nei pazienti pensieri curiosi, o, più spesso, preoccupati; più delle sole immagini in movimento, che, tuttavia, appaiono anch'esse ai miei occhi di una bellezza travolgente.
"No, non é proprio il rumore del suo cuore, sa é la macchina...", ma perché invece non rispondere qualche volta in altro modo: "certo che sì, ma non é un rumore, é la musica del suo cuore", perché il cuore più che perdere tempo a parlare, spesso si fa capace di cantare.
Forse sarà per quello che faccio questa razza di mestiere. Perché amo la musica come amo il cuore. E sarà per quello che non riesco mai a fare a meno di coniugare tutto, pensieri, parole, opere, e, perché no, omissioni, ma anche preghiere, lungo una colonna sonora senza fine.
No, davvero, senza tutto questo, penso che la mia anima non riuscirebbe proprio a stare.

Eppure ciò che mi ronza di più in testa, in questi giorni, é ancora, sempre e soltanto quella scritta stampata in mezzo a una maglietta: "ciò che il tuo cuore desidera, esiste".
Una risposta di felicità reale, concreta, che nulla censura e tutto accoglie.
"Va bene, il suo cuore, stia tranquillo..." rispondo all'ultimo paziente. Il suo sorriso che accoglie il mio é l'abbraccio di un Amore più grande che sostiene tutti e due.


Saturday, July 10, 2010

GANCI, CANZONI E DESIDERI

Si é rotto l'impianto stereo. Anzi no, si era rotto, oggi l'hanno già aggiustato. No, non il mio, che poi quello é vecchio come me e prima o poi si rompe pure lui. Si é rotto quello dell'oncologia. Ah già, no, si era rotto, l'hanno aggiustato. Vabbé, comunque io la mia bella playlist l'ho fatta e lunedì mia moglie se la porta in ospedale e la piazza lì, tra una chemio e l'altra, pronta a spezzare (o aggiustare?) qualche cuore.

Intanto, però, se l'é ascoltata lei. E le é pure piaciuta, che non é mica poi così scontato. Perché tra le quintalate di dischi che faccio girare per casa, finisce che mette sempre su solo Van De Sfroos, Priviero e De Gregori e qualche volta per sbaglio anche i Swell Season, ma solo perché l'ho portata al concerto e si é innamorata anche lei di Marketa e Glen. Ah, e anche Claudio Chieffo, ma quello piace sempre pure a me, che lui, però, gioca in un campionato a parte.
Ma no, dai, che, a pensarci bene, una volta mi ha detto che le piaceva pure Dylan, ma lo so che in fondo era un modo come un altro per dirmi che mi vuole bene per davvero.

Vabbé, insomma, ho fatto la lista e adesso la trascrivo pure qui.
Però, sarà perché fa caldo, sarà perché ho voglia di sole ma solo di quello che c'é al mare, sarà perché la mia lista é piaciuta prima di tutto a lei, sarà che stamattina ho un mucchio di pensieri alla rinfusa, sta di fatto che mi viene in mente di tutto. Come ganci, canzoni e desideri, per esempio. Ganci perché pensavo a quella canzone - ma sì, dai, quella del Claudio nazionale - che parla di ganci in mezzo al cielo e che ascoltammo quella volta insieme, su una spiaggia ancora selvaggia sotto un pallido sole di primavera. Quando arrivò quella canzone io un gancio lo cercavo da un bel po' e francamente disperavo di poterlo trovare per davvero. E che le canzoni non potessero cambiar la vita, questo l'avevo già capito da un bel pezzo. Eppure di canzoni d'amore avevo bisogno allora come ne ho adesso. Quelle canzoni che parlano d'amore e desiderio, di tristezza che é saudade:

"Tutti noi abbiamo provato dentro di noi quella che i portoghesi chiamano saudade, che si traduce in un'inspiegabile desiderio, in un'anonima ed enigmatica brama dell'anima, ed é quel sentimento che vive nei regni dell'immaginazione e dell'ispirazione ed é il terreno fertile per la canzone triste, la canzone d'Amore. Saudade é il desiderio d'essere trasportati dall'oscurità fino alla luce, di essere toccati dalla mano di colui che non é di questo mondo. La Canzone d'Amore é la luce di Dio, giù nel profondo, che si fa largo tra le nostre ferite" (Nick Cave)

Tant'é, stamattina sono in preda a pensieri alla rinfusa, ho in mente tutto questo ed anche più.
Ho in mente la certezza e la tristezza. La gioia d'aver trovato quel gancio in mezzo al cielo e la tristezza di vedere che in certi momenti la vita invece sembra troppo dura. Altalenanza di immagini e sentimenti, confusione nella mente che troppo spesso si dimentica di farsi anche preghiera. Cuore alla ricerca di un terreno fertile dove la mano di un Altro possa seminare il seme che non muore. Poi, mentre stendevo i panni, perché uno la filosofia la fa mentre fa i conti col pane quotidiano, ho preso in mano la maglietta bagnata di mia figlia, appena uscita dalla lavatrice: "quello che il tuo cuore desidera esiste", c'é scritto sopra e lei l'ha appena sperimentato. Dentro la quotidianità di una vacanzina in montagna, con amici, compagni ed insegnanti di scuola. Dentro la commozione di ritrovarsi alla sequela di Altro, che ci prende per mano ad uno ad uno e rende l'avventura della vita una Compagnia in cui ritrovare ganci, canzoni e desideri, tutti vestiti di nuovo.

Vabbé, ho finito di stendere i panni ed é buffo come anche fare i mestieri di casa possa rendere felici. Ho messo su un cd, prima di andare avanti a fare il resto, quello con la playlist per gli ammalati d'ospedale. Speriamo possa piacere anche a loro, perché in fondo, anche dentro un cd non ci sono solo le canzoni, ma anche i ganci e i desideri.
E quello che il mio cuore desidera esiste per davvero.
Oggi l'ho sperimentato stendendo i panni al sole.


All The Money I Had Is Gone (The Deep Dark Woods)
Low Rising (The Swell Season)
Walk On The Wildisde (Jesse Malin)
Railroad Man (Eels)
Heart Like Mine (Miranda Lambert)
It Ain't Easy Being Me (Chris Knight)
New Orleans (Davide Van De Sfroos)
Washington Square (Counting Crows)
You And I (Wilco)
Live Ones (Christian Kjellvander)
Moonshiner (Uncle Tupelo)
Learning To Fly (Tom Petty & The Heartbreakers)
Sailing (Rod Stewart)
Piper To The End (Mark Knopfler)




Thursday, July 01, 2010

LEARNIN' TO FLY


Rieccomi un'altra volta qui. Di notte. In ospedale. Un'altra notte qui. E meno male che almeno c'é l'aria condizionata che come si fa a vivere là fuori, trenta e passa gradi già alle otto e mezza del mattino, che te ne andresti solo e soltanto al mare.
E invece questa notte sono di nuovo in ospedale, che poi é quel luogo dove tutti gli altri non vogliono mai entrare e dal quale, una volta dentro, non vedono l'ora di uscire. E questo cavolo di posto, sapessi quante volte sta stretto pure a me. Come quella volta che, parlando di lavoro, quel mio amico avvocato, ridendo, mi aveva detto : "sai, ho un amico che gestisce un circolo sportivo: i suoi clienti, quando entrano da lui sono sempre felici e sorridenti. I miei, invece, quando vengono da me sono sempre arrabbiati ed alla prese con un sacco di guai". Già, un sacco di guai, appunto. Esattamente come qua, in unità coronarica, o in pronto soccorso, qualche piano più sotto, che é uno di quei posti da dove non fanno altro che chiamarmi.
E allora vabbé, che davvero va bene lo stesso e poi c'é anche la macchinetta del caffé e lì davanti, alle tre del mattino, talvolta si fanno incontri strani ed intriganti, quelle robe che sanno di mistero e d'infinito e ti fanno sentire maledettamente vivo.


Questa notte, però, ho in mente altri pensieri. Ricordi di momenti in cui mi sono trovato dall'altra parte anch'io. Non é mica facile, per noi medici, provare a trovarci di là, dalla parte in cui si soffre. Non ci siamo abituati, noi sempre al di qua, alle prese con diagnosi, decisioni e terapia. Non che non sia dura, chissà se qualcuno riuscirà mai a capirlo, in mezzo a tutta quella gente che sta fuori, compresi alcuni che scrivono sui giornali e parlano di errori medici e quant'altro, trattando noi altri come se fossimo criminali. Ma sì, che invece tanti lo capiscono. Che è dura eccome fare questo mestiere con passione, superare le difficoltà, fare i conti con un continuo senso di pressione ed inadeguatezza. E che ci sono dei giorni che non ce la fai davvero più. Ma poi basta un sorriso, di un paziente o di un parente, per ritrovare l'Abbraccio di un Amore più grande, quello di Colui che non ti abbandona mai. Però essere dall'altra parte é davvero un'altra cosa. E quando ti ci trovi, quella dis-grazia diventa grazia e cominci a capire un po' di più lo strano lavoro che ti é capitato di fare.
Così, dicevo, ho ripensato a quei momenti, passati tutto il giorno in ospedale accanto ad una persona amata. Un ospedale non mio, una stanza d'ospedale dalla quale uscire ogni volta che entrava qualcuno - "può accomodarsi fuori per favore?" - fosse anche solo la donna delle pulizie, io che invece, quando entro in quelle stanze - quelle del mio, di ospedale - sono quello che fa uscire tutti gli altri, perché permesso, mi scusi, entra il dottore che deve visitare gli ammalati. E così, invece, eccomi lì, in quei momenti, stranamente solo ed indifeso, normale ed impotente come tutti, dentro quel mistero che si chiama malattia, una strana bestia che continuamente incontro e che ogni giorno mi fa diventare misteriosamente più uomo, perché mi fa capire che non ci siamo fatti da soli e che il nostro compito é solo dare una mano al Volto buono del Mistero.


Questa notte ho ripensato a quegli istanti, quando tornavo a casa solo alla sera, stanco, debole ed affranto, dopo tutte quelle ore passate accanto ad una sofferenza nella quale non ero, questa volta, protagonista a modo mio. Sofferenza da vivere sino in fondo, a cui partecipare in pieno. Sofferenza da offrire. Sofferenza per cui pregare. Sulla strada che portava a casa, immerso nel traffico dentro la mia auto, attraversando la città, potevo finalmente arrestare il correre del cuore e allora la musica di Tom Petty e degli Spezzacuori accompagnava dolcemente i miei pensieri. Quattro dischi dal vivo, una manciata di canzoni una più bella dell'altra, una Live Anthology che diventava quell'oretta in cui riprendere fiato, respirare, rimeditare tutto quanto nel profondo. E adesso, in questi giorni, quel disgraziato di rocker americano, il cuore ha ripreso a spezzarmelo un'altra volta, che Mojo é troppo bello per essere vero e dal lettore cd di quella benedetta macchina, proprio di uscire non ne vuole più sapere.

Ed ora, questa notte, sono di nuovo qui, a lavorare in ospedale, che poi, grazie a Dio, tra un malato e l'altro c'é sempre quella benedetta macchinetta del caffè. Questa volta, però, mi sono portato dietro pure il Mac, che, sempre tra un paziente e l'altro, voglio provare a fare qualche bella playlist su iTunes. Le devo fare perché così quelle liste le passo poi a mia moglie, che lei, che lavora in oncologia, domani le porta con sé in ospedale. Già perché là, in quella sala zeppa di poltrone dove gli ammalati fanno tutti insieme la chemioterapia, hanno messo pure l'impianto stereo ma - piccolo particolare - non ci hanno messo le canzoni. E allora ditelo pure a me, ci penso io, che ce n'ho un sacco di quelle canzoni, pronte a spezzare qualche altro cuore oltre al mio.

Dannazione, c'é il telefono che squilla, devo piantarla lì un'altra volta, come si dice in questi casi: è il dovere che chiama, non é vero? Ma poi ritorno, mica vado via. Sempre di corsa, che chi si ferma é perduto, tutti presi come siamo ad andare dietro ai sogni e alla realtà.
Ma io non ho paura di correre, sto imparando a volare, ho appena cominciato: é una folle e strana vita, questa, che ci troviamo a vivere con sempre più grande e affascinante intensità.
Dov'é che ero rimasto? Ah, sì, ecco, qui: "ladies and gentlemen, please welcome Tom Petty and The Heartbreakers": I'm learnin' to fly....

Monday, June 28, 2010

MEET ME IN THE MORNING

Ore d'inverno sotto un sole d'estate
libere divagazioni dentro le armonie di profondi boschi oscuri


Non te le aspetteresti mai. Liriche così scoscese, dentro suoni e melodie così armoniosi.
Ma forse deve essere così, in fondo, perché la musica di qualità, come la vita, non può arrestarsi in superficie, scalfire solo i primi strati del tuo cuore. Deve essere capace, invece, di scavare nel profondo, laggiù dove risiedono le più segrete gioie, ma anche i dolori e le contraddizioni.
La musica dei Deep Dark Woods sa avvolgerti in questo modo, a poco a poco, dopo la sorpresa del primo istante. Sussulti del cuore che arrivano stretti a ridosso di un incanto, creato da dolci ed avvolgenti armonie vocali, chitarre elettriche dal suono acustico, le note di un organo Hammond che non dovrebbe mai mancare. Persino certe divagazioni chitarristiche soliste, degne dei Grateful Dead, ma peraltro mai stucchevoli, non stonano affatto nel perfetto equilibrio d'insieme che i dischi di questo gruppo - specie l'ultimo lavoro, quel Winter Hours uscito nel 2009 - sanno creare intorno a sé e nell'animo profondo di chi ascolta.
Ma poi ci sono i testi di quelle canzoni. Liriche ripide e e scoscese come certa poesia capace di ferirti sempre il cuore. Perché quei versi, quelle liriche, escono dritte dai profondi boschi oscuri. Ed infatti la tristezza, la malinconia, ma anche il gusto per le murder ballads appare evidente sin dai primi versi di Farewell, dove si parla niente meno che dell'omicidio di una ragazza un tempo amata. E d'altra parte di fronte a titoli come The Gallows, All The Money I Had Is Gone, The Sun Never Shines, capisci subito che con questi ragazzotti canadesi la questione non é l'allegria della natura e dei prati in fiore, ma le contraddizioni dell'animo e del cuore, sino alla sofferenza ed al male di vivere, quasi che la musica possa farsi tramite espressivo di una sorta di nuovo esistenzialismo, espresso come resistenza umana sotto forma di voci e di chitarre.

Eppure - ma non é un caso, certamente - é solo in mezzo alla natura che riesco ad ascoltare fino in fondo queste canzoni.
Così mi capita spesso d'incontrarle alle prime luci del mattino, quando i palazzi ed il cemento cominciano a diradarsi e sfilacciarsi e, a poco a poco, il verde degli alberi ed i campi di riso e di granturco cominciano prepotentemente a farsi strada; quello é spesso il momento di mettere il disco dentro il lettore di quell'auto che ha il solo scopo di portarmi il più possibile lontano dal frastuono e dalla violenta frenesia della città, troppo propensa ad attanagliare senza pietà alcuna tutta la mia fragilità. Ed è così, allora, che, in questi giorni, la musica dei boschi d'inverno finisce per accompagnare il mio cammino sotto il sole, sia esso fatto di tristezza o di allegria e siano le melodie delle canzoni in assonanza o meno con le forme più sottili di ogni mia emozione. E poco importa se ci sia o non ci sia una concordanza, quando é un senso di armonia quello che avvolge alla fine i miei pensieri e - perché no - anche la mia preghiera quotidiana.

Se i Deep Dark Woods appaiono tra gli ultimi nuovi maestri di un genere, quell'indie-folk, che sembra andare di questi tempi così per la maggiore, a me piace pensare alla possibilità di considerare questo stesso genere in un modo del tutto personale. Considerare, cioè, il folk come nuova modalità di riappropriarsi di una natura - radici e tradizioni - che in qualche modo continua ad abbracciare il proprio figlio, quel rock'n'roll gatto dalle sette vite, sempre capace di cadere, ma poi anche di rialzarsi e non morire. E considerare l'essere indie semplicemente come sentirsi individuo dentro una comunità, unico e irripetibile ma non per questo isolato, perché l'unità nella distinzione é la sola possibile salvezza di un'umanità sempre più affranta e desiderosa di redenzione anche quando non lo sa.
"Le isbe russe - scrisse Vasilij Grossman nel suo capolavoro Vita e Destino - sono milioni, ma non possono essercene - e non ce ne sono - due perfettamente identiche. Ciò che é vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono restare uguali, é impensabile... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne". E allora che il cielo protegga da qualunque violenza i nostri giovani musicisti canadesi, perché la vita della loro vena artistica possa non spegnersi, almeno per molto tempo ancora.


Wednesday, June 23, 2010

MOON RIVER

"Stai guardando la partita?"
"Ma no, figurati, cambia pure canale, se vuoi..."
"Che partita é?"
"Germania-Ghana. Gira pure, non c'é problema..."
Mia moglie cambia canale e dall'altra parte c'é Audrey che canta Moon River.
E Colazione da Tiffany é sempre stato il nostro film.
Vabbé, che ci volete fare, sono un inguaribile romantico.
Ma la cosa più bella del film, romanticismo a parte, é il finale, quando Paul "Fred" Varjak dice a Holly il fatto suo. Perché se nella vita c'é un'unica ed insostituibile anticamera della felicità é quella che riconosce la necessità di un bisogno, il fatto di capire di dover appartenere a qualcuno: "(...)Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora, che si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici. Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, perché non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa".

Comunque quella Moon River cantata da Audrey era e rimane una gran bella canzone.
Credo che potrei dare la vita per una canzone così.

Friday, June 18, 2010

SOLO UNA CANZONE D'AMORE

Ho visto un uomo, l'ho visto andare via. Nella mestizia e nel silenzio. L'ho visto attraversare con fatica i campi di zizzania, che, semi infaustamente deposti nella terra, avevano fatto crescere forti e rigogliosi.
Ho scorto le rughe ed il pianto solcare il suo volto, nella sua, mia, nella nostra indifferenza. L'ho visto andare via, senza riuscire neppure a stringergli la mano.
Poi ho visto un altro uomo. Battaglie, risate, a volte incomprensioni, altre volte ancora la stessa, insostenibile, indifferenza. L'ho visto sparire all'improvviso e poi tornare in altro modo. Niente più suoni, ora non riesce più a parlare. E niente più corse e neppure sguardi: ora lo attanaglia un freddo letto d'ospedale.
E ho visto, infine, anche l'ultimo uomo. Un saluto sommesso ed un sorriso, un attimo prima di scappare via. Ma poi, un istante dopo, volti, gambe veloci ed ancora sorrisi, pronti a corrergli dietro, a non volerlo più lasciare andare via. Anime e cuori sempre accolti, ascoltati lungo l'arco di una vita tutta intera. Ma anche lotte, malintesi, profonde delusioni. Tutto sciolto, alla fine, dentro una Misericordia che tutto sana e tutto accoglie.

Allora non ce l'ho fatta più. Ed ho avuto bisogno di scappare via anch'io.
Ho cercato una penna ed un campo di grano, perché é solo così che il mio cuore riesce ancora a scrivere qualcosa. Ho trovato una tavolozza, l'ho riempita coi colori di tutta la mia gioia e della mia tristezza. Poi, alla fine, ho mescolato i colori e le parole dentro una canzone d'amore. "La canzone d'amore é la luce di Dio - scrisse un giorno Nick Cave - giù nel profondo, che si fa largo tra le nostre ferite".
E una canzone d'amore é tutto ciò di cui ho bisogno, questa notte, per sanare anche le mie.

Perché quell'uomo mesto e silenzioso, posso essere io.
L'uomo solo ed ammalato, sono ancora io.
L'uomo che se ne va, alla fine di una vita dove molto ha amato, sono di nuovo io.
E una canzone d'amore, questa notte, é la coscienza di sé. L'amore di un Altro, speso goccia a goccia, lungo una vita tutta intera. Pronto a salvarti anche all'ultimo istante, se lo vuoi.
Perché anche la misera goccia del tuo amore, l'amore dell'ultimo giorno, possa scivolare dentro un mare largo e aperto.
L'oceano di fuoco della misericordia di Dio.

E allora trascorrerò la notte, la notte tutta intera, da solo e solamente con la mia canzone.
Poi, quando sarà l'alba, correrò a cercare quegli uomini, prima che se ne siano andati per davvero.
Per stringergli la mano, uno per uno.
Prima che si faccia un'altra volta sera.

Tuesday, June 08, 2010

I NEED A SHOT OF LOVE

Ho cercato invano il mio sorriso, sono andato dappertutto.
Ho camminato in mezzo alla musica ed ai colori, percorso strade che curvano impazzite, seguendo il tempo frenetico dei miei pensieri e quello confuso delle mie emozioni. Gambe stanche, senza riposo, sempre in corsa lungo le vie della città, tra letti d'ospedale, o lungo sentieri di campagna, dove il rumore di fondo di una folla di voci, egocentrica e impazzita, potesse finalmente tacere.
Ho percorso vie strette e tortuose e superstrade dritte e veloci, sullo sfondo di un tramonto senza fine; ho incrociato all'alba anime accecate, rese deserto sino al midollo da un sole spietato e senza cuore; ed ho esplorato gli anfratti più angusti, sotto il cielo buio di notti senza stelle.
Ho cercato il mio sorriso, ho disperato di poterlo ritrovare per davvero.
Poi, ad un certo punto, non l'ho fatto più. E mi son messo ad amare, amare solamente, solo e soltanto quello che ho trovato in fronte a me.
Amare tutti, nessuno escluso, ma uno alla volta. Dentro alla gioia ed al dolore. Incurante del successo, mai domo di fronte al fallimento. Non ho censurato nulla della mia vita, niente di ciò che mi si é parato innanzi e lentamente, poco a poco, ho cominciato a capire, quando tutto, ma proprio tutto é diventato l'agire di un Altro più grande di me e di tutto il resto. Occhi, braccia e pensieri messi a disposizione dell'Amore perché potesse compiere il suo volere: "Oh Signore, fa di me uno strumento della tua pace" .
E soltanto adesso, solo in quest'ultimo istante, le parole di chi sempre mi conduce hanno cominciato ad apparire finalmente chiare: "vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri e, ritrovato me stesso, mi riunisco a me risuscitandomi - Amore che é Vita - nel fratello" (1).

Così, alla fine, sono andato a riprendemi il sorriso, l'ho ritrovato nel fratello e non mi é parso vero.
E sono così felice ora, che non mi voglio più fermare.
Perciò lasciatemi andare, adesso, e non chiedetemi di parlare - I aint' talkin', just walkin' - ora voglio starmene zitto per un po'.
C'é così tanta gente da amare, là fuori.

Note:
(1) Chiara Lubich - Risurrezione di Roma - testo scritto nel 1949


Monday, May 31, 2010

GRAZIE IVAN

"La bicicletta insegna cos'é la fatica, cosa significa salire e scendere - non solo dalle montagne, ma anche dalle fortune e dai dispiaceri - insegna a vivere. Il ciclismo é un lungo viaggio alla ricerca di se stessi" (Ivan Basso)

Scrissi di lui all'indomani dell'ennesima brutta pagina di doping nello sport, colpevole come tutti gli altri, ma forse con un pizzico di coraggio in più.
Dopo quei giorni Ivan Basso ha lavorato duramente, nell'umiltà e nel sudore, attraversando - come scrive la gazzetta dello sport di oggi - momenti "in cui pedali per ore solo come un cane nella tua notte infinita e dubiti che esista un'altra alba".
Quell'alba é arrivata ieri, nella splendida cornice dell'arena di Verona e allora lasciatemi gioire per un po' insieme a tutti quelli che questo ciclismo non hanno mai smesso di amarlo, anche mentre attraversava le pagine più buie della sua storia.
Ho visto le lacrime di Mourinho mentre stringe Materazzi e, pur da vecchio cuore rossonero, mi sono emozionato un po' anch'io. Ma l'abbraccio di Ivan Basso alle figlie, mentre compie l'ultimo metro in bici sulla passerella di Verona, con buona pace degli amici interisti, é la più bella immagine di sport che abbia visto da un sacco di tempo a questa parte.
E in un'epoca di giustizialismo e nuovi dei mediatici, sempre pronti ad indicare i peccati senza parlare mai di vie d'uscita, pronti a giudicare il prossimo senza guardare mai alle travi presenti negli occhi propri, é bello vedere immagini di redenzione come questa.
Grazie Ivan, ora ti aspettiamo sulle strade di Francia, a sfidare Contador.
Che bello che sarebbe vederti sfilare in giallo lungo i campi Elisi.

Saturday, May 29, 2010

RELEASED


Che voglia di scappare da tutto, che ti aveva assalito all'improvviso.
Fuggire da pazienti ed elettrocardiogrammi, via lontano, da tutto il male, quello intorno, con la sua richiesta incessante che ci fosse qualcuno che se ne prendesse cura e quello dentro sé, sempre troppo difficile da sostenere.
Ti era venuta voglia di scappare via, in caduta libera e correre libero, dentro un prato pieno di fiori, sbocciati su piante nate da semi marciti tra le lacrime e cresciute dentro una terra ricoperta solo da brina e notti senza stelle. Correre fino a non sentire più le gambe dal dolore e poi arrivare giù, giù, fino al mare, per sedersi un po', affaticato e oppresso, finché non fosse tramontato il sole, finché la tristezza non se ne fosse andata via tutta per davvero, imbarcata per sempre per lidi lontani, sulla prima barca giunta all'alba del nuovo giorno.

Eppure ti ricordavi che era già successo. Ricordavi che ce l'avevi fatta.
Tirar su quelle povere ossa al mattino e non sentirti già così stanco da far sembrare impossibile il tirar sera.
Le disunità e le lacerazioni dell'anima possono anche far questo: distruggere il corpo come se avesse lavorato tutto il giorno in un cantiere. La fatica e l'ira, gli scatti d'impazienza, la risposta infedele al Volto buono che ti viene incontro dentro l'imprevisto dell'attimo presente, tutto ti aveva disteso a terra, stordito, reso confuso e dolorante. Ma gli incidenti di percorso, le asperità del cammino, tutto ciò, lo sapevi, non poteva definirti appieno. Anche se ti aveva ridotto così, sanguinante, mentre continuavi a ripeterti "non é nulla, it's life and life only", la vita soltanto, in fondo.
Ma il giorno prima, sulle scogliere aguzze del tuo io, avevi provato a ricostruire tutto quanto. Anzi, non avevi fatto nulla, in fondo, ti eri messo solo da parte, lasciando che un Altro rimettesse su casa dalle macerie frutto dell'agire del tuo io sulle circostanze.
Era stato così, ti eri messo sotto, di buzzo buono, a ricostruire ogni rapporto, libero finalmente dall'orgoglio della stima di te stesso; libero cioé vuoto e quindi pronto a lasciarti riempire da qualcosa o da qualcuno: volti e braccia, sguardi e pensieri, idee e desiderio d'ascolto di chi ti si parava innanzi di volta in volta.
Era pure arrivato l'sms di quell'amica, piombato addosso come un macigno quasi inopportuno, ma liberatorio, invece, proprio davanti a quel paziente, in quell'ambulatorio, nel momento della fatica e del cedimento: "il mio prossimo paziente, una fatica immensa.. mi viene in mente padre Aldo: mi inginocchio davanti ai miei malati perché sono Cristo. Veni Sancte Spiritus. E' tutto quello che posso offrire nella mia poca umanità! Che grazia oggi averlo sperimentato!".

Per quello al mattino di quel giorno ce l'avevi fatta.
Per quello ti eri alzato finalmente riposato.
Caduta l'ideologia di te stesso - quella falsa stima basata sui successi, ma così rapida a crollare sempre, inesorabile, davanti ai fallimenti - era rimasta in piedi solo la persona dentro la sua libertà.
Già, la libertà, che bella che era, ora che cominciavi a provarne il gusto. Libertà dal giudizio su di te e sugli altri, libertà nel saperti mettere finalmente nelle mani di un Altro più grande di tutto il tuo agire. Era stato necessario che diventassi nudo, invisibile, una pietra rotolante, dura roccia divenuta finalmente fango, capace di farsi spalmare, di diventare quella scultura che l'Artista aveva in mente sin da principio, sin da quando contemplava assorto la massa informe di marmo grezzo, pronto ad essere colpito dallo scalpello.

Allora, alla fine della corsa, adesso potevi anche tornare.
Non eri un angelo caduto, in fondo, perché quella caduta libera ti aveva reso libero per davvero. Potevi ricominciare un'altra volta, in quella vita insostenibilmente rock'n'roll. E riprendere su di te il nuovo dolore e la nuova tristezza del giorno che sarebbe venuto. Ma pronto e preparato, questa volta, perché reso capace da Qualcuno di prendertene finalmente cura, l'alba di un nuovo giorno in cui Quel dolore l'avevi riconosciuto uguale al tuo.
Ti era tornata voglia di rischiare, di smettere di difenderti, perché era vero, come si era sentito rispondere Enzo quella volta, che ti stavi comportando come se tutto dipendesse dalle tue mani e che stavi andando avanti cercando quello che meno ti feriva, che ti mettesse a posto senza rischiare (1).
No, non poteva durare all'infinito, l'alba del giorno nuovo adesso era arrivata, quella che un Altro aveva già preso su di sé.
Lui, l'Abbandonato, l'Uomo dei dolori, Colui che aveva già sciolto in sé anche tutti i nostri, una volta per sempre, alle ore tre di un giorno di tanti anni fa.



Note:
(1) Enzo é Enzo Piccinini e la questione del difendersi, del rischiare e della libertà la raccontò magistralmente un giorno : "(...) ero lì in corridoio, Giussani si avvicina e dice: «Come va?». Io dico: «Non c’è male». Lui si ferma: «Come, non c’è male? Cosa c’è?». Dico: «No, stupidaggini. Dopo quello che abbiamo detto prima lì all’incontro, queste sono stupidaggini. Dai, andiamo, non importa». Lui si è fermato di colpo, era stanchissimo, si è fermato di colpo (in corridoio - eh! - passava la gente): «Ma scusami, Enzo, con tutte le stupidaggini che ci diciamo, quando c’è una cosa che conta davvero non ne parliamo?». Io rimango inchiodato e dico: «Scusami, guarda, non volevo, ma m’è successo questo e mi do un po’ di colpe, insomma, non riesco più a dormire. Cioè, dormo un’ora, poi mi viene in mente questa cosa. E anche mia moglie è preoccupata, perché dopo un’ora che dormo mi alzo su, e va un po’ avanti così». Lui mi guarda e mi dà una risposta che era la più impensata in assoluto, non potevo neanche immaginarla. Mi guarda e mi fa: «Ma Enzo, proprio tu», ma con una faccia delusa: «Proprio tu ti comporti come se Cristo non ci fosse?! È come se tutto dipendesse dalle tue mani: ma come credi di poter andare avanti così? Non farai mai più niente di quello che fai, farai come tutti: cercare quello che meno ti ferisce, che ti mette a posto. Non rischierai più». Poi fa: «Comunque, in ogni caso, io ne voglio riparlare. Puoi venire appena puoi?». Figurati! Due giorni dopo ero su. Così, ci vediamo a pranzo e dice: «Allora, racconta di nuovo». Allora ho accennato, però gli ho detto: «Senti, Giussani, guarda io non voglio rubarti del tempo, perché poi adesso ho capito. Guarda, da me c’è una cappellina e adesso io prima di andare in sala operatoria vado lì e dico una preghiera e le cose si rimettono insieme. Sono più tranquillo». Lui scatta: «Enzo, ma che pregare e pregare! Il problema non è pregare, è che tu non sai offrire. Il tuo problema è che non sai offrire, e offrire significa che la realtà non è una cosa che hai in mano tu, non è tua, e che tutto quel che si fa è come se avesse dentro la domanda che il Signore, padrone di questa realtà, si riveli, perché è così che si vive, e tu, guarda - te l’ho detto, ma te lo ridico un’altra volta - smetterai di fare quel che fai e avrai paura di rischiare»

Sunday, May 23, 2010

L'APPARIR DEL VERO


"(...) Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano."
(A Silvia, Giacomo Leopardi)

Di fronte all'apparir del vero, l'esistenza può sbandare paurosamente, perché la realtà spesso non é carezza, ma urto violento, scossone, buco nero capace di mandare fuori strada.
E' allora che l'auto perde di vista il traguardo, sbaglia una curva, s'inerpica lungo salite impossibili per poi correre senza controllo lungo discese che sembrano non finire mai. Così il senso del viaggio s'identifica con le difficoltà del percorso e con le sue emozioni, sale sino alle stelle, a volte, ma poi sprofonda dentro lo scoramento dei momenti più bui.
Come una pietra rotolante, essa si dimentica che il viaggio, per quanto terribile o affascinate che sia, al fondo rimane un mezzo e non un fine.

Ma quando uno sguardo largo e misericordioso riesce alla fine a raccattare quell'auto dentro la sua avventura, allora le fa capire che non é mai stata sola. Ed é in quel preciso istante, solo in quello, che lungo quella superstrada misteriosa si accorge d'essere in compagnia in mezzo a tanti altri viaggiatori.
L'apparir del vero, in quel momento, si copre di una carezza, quella del Nazareno.
E quella carezza, come d'incanto, rimette l'auto in carreggiata, le fa risalire la strada, rivedere il punto d'arrivo, un orizzonte che porta verso casa.
Oggi quella carezza passa attraverso i gesti e le parole di un'amica. Grazie Manu.
"l'unità é la trasparenza della Sua presenza tra noi. Lui rassicura e dona nuovo vigore ai nostri cuori, a tratti stanchi ma trepidanti nell'attesa. L'amicizia che in Lui ci dona é sostegno, provocazione, offerta"


Friday, May 14, 2010

SINGIN' IN THE RAIN


C'é una languida voce e una liquida chitarra ad accompagnare le assonnate emozioni del mattino. Niente di meglio di Jason Molina, mentre la pioggia sembra non voler cessare mai, con "Oh, Grace" a fare da splendida ouverture di un album - Josephine - sempre rimasto nelle pieghe più nascoste degli abiti che mi porto addosso. L'auto percorre la sua strada, cercando la sua via attraverso linee di forzata resistenza e contro un diluvio di pensieri troppo spesso cupi. Eppure questa volta sembra essere una mattina un po' diversa.
Solo pochi istanti prima qualcosa di nuovo era accaduto. Tutti quei ragazzi del liceo nell'aula, insieme ad alcuni delle medie, compagni di scuola dei miei figli e pure qualche bambino della scuola elementare; sguardi sereni, pieni di vita, così belli da vedere. Poi, in mezzo a loro, avevo scorto a poco a poco anche quelli degli adulti, il preside vicino al genitore, il professore seduto di fianco all'impiegata dell'amministrazione.
E una cattedra, laggiù in fondo, cattedra che ogni mercoledì diventa altare. E, dietro a quell'altare, il don Carlo, l'amico che ogni settimana celebra la Messa, prima che tutti si corra in classe, al lavoro oppure a casa, viaggiando come pazzi dietro a mille cose, così che ogni giorno abbia inesorabilmente i suoi affanni e la sua pena. Era stato allora che una sottile gioia mi aveva avvolto e, mentre la mente si era fatta faticosamente anche preghiera, avevo scorto anche quella foto, proprio dietro alla cattedra - a quell'altare! - con quella bella fotografia del cielo a fare da sfondo a tutti i miei pensieri. Non un crocifisso e neppure un icona di Maria, ma la frase di uno scrittore russo, Vasilij Grossman, già capace di pagare un tempo duramente la propria passione per la vita vera: "l'anima di ogni singola vita, nella sua irripetibilità, nella sua unicità, é la libertà".

Fuori da lì, la faccenda della grazia mi aveva allora interpellato, continuando a farlo anche dopo, senza tregua, mentre la pioggia scorreva incessantemente lungo la mia strada. E chiederla, senza remore né timore alcuno, era diventato il moto più vero del mio cuore, l'agire sincero della mia libertà. Solo così facendo era accaduto che, come l'azzurro spuntato finalmente in fondo al cielo, vedessi quella stessa grazia farsi strada a poco a poco, lungo il percorso di tutta la giornata; grazia pronta a sostenere ogni gesto ed ogni mia intenzione, sia dentro il successo che dentro il fallimento, vera e propria risposta all'agire di quella libertà.
Quante volte la mente e il cuore mi erano apparsi confusi, in affanno, assorti dentro una sorta di sottile compiacimento delle mie stesse emozioni, quasi affogati in giorni di diluvio, in cui sembrava impossibile che l'anima si facesse capace di riscoprire la bellezza! Ma l'irrompere della grazia in risposta all'agire della mia libertà diventava ora il riapparir del vero proprio nel momento in cui meno me lo sarei aspettato.

Dicono che continui a piovere, lo leggo e lo sento dire dappertutto, pure nei blog dei miei amici, quindi deve essere proprio vero.
Ma io, stamattina, sono sicuro d'aver visto spuntare là in fondo il sole.
E' per questo che mi son messo pure a cantare.
Grace finds beauty in everything, after all.